Stai per creare il PDF, pensato per essere regalato o inviato via email/WhatsApp. Nella finestra di stampa scegli “Salva come PDF”. Scegli prima il formato:
Nel 1996, a Sacramento, i Cake pubblicano il loro secondo disco autoprodotto in uno studio casalingo, Paradise Studios, senza l'intervento di un produttore esterno. È la mossa che li porta fuori dal circuito indie californiano in cui erano nati: «Fashion Nugget» diventa il disco che li rende famosi, trainato dal successo radiofonico di «The Distance» e dalla loro cover, spiazzante e disincantata, di «I Will Survive».
Il titolo dell'album — un accostamento assurdo fra alta moda e cibo da fast food — riassume bene lo spirito del disco: un mescolare senza vergogna generi lontanissimi fra loro, dal country al funk, dal mariachi al pop latino, tenuti insieme dalla voce piatta e ironica di John McCrea e dalla tromba di Vince DiFiore, usata al posto della chitarra solista che ci si aspetterebbe da una rock band.
Il disco arriva al numero 36 della classifica Billboard 200 e viene certificato doppio disco di platino negli Stati Uniti, aprendo la strada al successivo e ancora più celebre «Prolonging the Magic» (1998). La critica lo accolse con favore fin da subito — AllMusic gli diede 3.5 stelle su 5, Pitchfork lo ha poi rivalutato con un 7.8 — e a distanza di trent'anni resta uno dei dischi più rappresentativi del rock alternativo americano di metà anni '90, capace di stare fuori da ogni etichetta di scena precisa.
Il brano che apre il disco è un omaggio dichiarato — i Cake sono da sempre ammiratori di Sinatra — ma non è un semplice tributo nostalgico: il testo usa immagini surreali di decadenza e conservazione, un vecchio dimenticato dal presente che si aggrappa al passato attraverso una collezione di francobolli, per riflettere su cosa sopravvive del tempo e cosa no. È una canzone sulla persistenza: le cose muoiono, ma restano vive in qualche altra forma, che sia un disco, una voce o un ricordo.
L'apertura dell'album è anche il suo manifesto sonoro: la tromba di Vince DiFiore, qui più simile a un ottavino da mariachi che a una sezione fiati da rock band, si intreccia con una chitarra secca e ritmica e un basso quasi funk, in un arrangiamento che smentisce subito qualunque aspettativa di rock alternativo convenzionale.
Il singolo che ha reso famosi i Cake fuori dal circuito indie usa l'immagine di un pilota impegnato in una gara automobilistica — che continua a girare in pista anche dopo che la corsa è finita, anche col sopraggiungere della notte — come metafora di un successo che non arriva mai davvero, per quanto ci si sforzi. Il cantante e chitarrista John McCrea l'ha descritta come una canzone sul fallimento del successo, «triste, perché non c'è nessun successo»: la spinta ostinata a vincere a ogni costo finisce per far perdere di vista tutto quello che davvero contava, relazioni comprese.
Il riff di chitarra scandito e la tromba che imita il rombo di un motore da corsa costruiscono un pezzo quasi cinematografico, tra rock e uno strano country da autodromo: bastarono un giro di basso ostinato e un ritornello urlato in coro per farne un successo radiofonico, numero 22 nel Regno Unito e numero 4 nella classifica alternative statunitense — oltre a una lunga vita nella cultura pop, comparendo anche in un episodio dei Simpson («Saddlesore Galactica», 2000).
Un testo tutto giocato su un doppio senso: sentirsi dire dalla persona che si ama «restiamo amici» può fare male quanto una parolaccia. Il narratore ammette di sentire, di quella parola, solo la parte finale — «fine» — perché è quello il significato reale che coglie sotto la cortesia della formula: la fine di ogni possibilità romantica, mascherata da gentilezza.
Il brano è tra i più malinconici del disco: chitarra pulita, tromba sommessa e un tempo lento costruiscono un'atmosfera dimessa, quasi uno standard triste suonato con gli strumenti sbagliati — coerente con la vena da torch song che i Cake coltivano parallelamente ai pezzi più ritmati dell'album.
Il testo prende di mira l'autoassorbimento creativo: qualcuno perso nella scrittura del proprio romanzo — o della propria narrazione di sé — finisce per credere alle proprie stesse storie, scrivere i propri titoli di giornale e ignorare le proprie scadenze. È un ritratto tagliente di chi confonde il raccontarsi con il vivere davvero.
Musicalmente il brano alterna un incedere quasi parlato nelle strofe a un ritornello più aperto, con la tromba di DiFiore a commentare ironicamente le frasi del cantato, in uno stile da narratore esterno che diventerà un marchio di fabbrica dei Cake.
Un pianoforte malinconico accompagna il racconto di una relazione complicata, fatta più di attrito che di conforto: il narratore avverte Daria che non si lascerà rabbonire né tranquillizzare, in un rapporto dove le buone intenzioni di lei — un bacio, un tentativo di dirgli quanto gli vuole bene — vengono accolte con distacco o addirittura sospetto. I testi restano volutamente opachi, coerenti con lo stile criptico e mai didascalico di McCrea.
È uno dei momenti più delicati del disco: il piano in primo piano e un arrangiamento più rarefatto del solito lasciano che sia la voce piatta e quasi recitata di McCrea a portare tutto il peso emotivo del pezzo, in contrasto con l'ironia più scoperta di altre tracce.
Un breve intermezzo satirico che prende in giro una certa mentalità americana ossessionata da auto e velocità: la «terra dei race car ya-yas» del titolo è un luogo immaginario dove le persone restano bloccate nelle proprie abitudini, incapaci di cambiare strada quanto lo sarebbe un pilota impossibilitato a cambiare corsia in pista. La ripetizione quasi da filastrocca del ritornello accentua il tono canzonatorio.
Meno di un minuto e mezzo di puro divertimento strumentale-vocale, quasi un intermezzo da cabaret western: serve da stacco comico fra due brani più elaborati, ribadendo la vena ironica e a tratti dadaista della scrittura dei Cake.
La cover della celebre disco-hit di Gloria Gaynor (scritta da Freddie Perren e Dino Fekaris) viene svuotata di ogni trionfalismo dance e restituita con un tono piatto, quasi indifferente, che paradossalmente amplifica invece di indebolire il senso di rivalsa del testo originale: la sopravvivenza a un abbandono raccontata non con l'euforia della hit disco, ma con la freddezza di chi ne è già uscito dall'altra parte.
L'arrangiamento sostituisce gli archi e i synth della disco anni '70 con la tromba di DiFiore e un giro di chitarra e basso quasi rock, in un contrasto molto citato dalla critica; Gloria Gaynor stessa dichiarò pubblicamente di non amare questa versione, complici alcuni improperi presenti nel testo originale e poi attenuati nelle trasmissioni radiofoniche. Nonostante questo — o forse proprio per questo — divenne uno dei singoli di maggior successo del disco.
Non c'è simbolismo nascosto in questo testo: è la richiesta diretta e senza filtri di chi si sente tenuto a distanza — fisicamente, dentro un'auto piena di cambi manuali, cinture di sicurezza e sedili a bucket che impediscono ogni vicinanza — e vorrebbe semplicemente avere l'altra persona accanto, non chiusa dall'altra parte dell'abitacolo.
Il brano più breve e diretto del disco si regge su un ritmo shuffle quasi rockabilly e su un ritornello ripetuto ossessivamente, diventato negli anni una specie di piccolo classico di culto, ripreso più volte in radio e in tv per la sua immediatezza.
Il testo in inglese — adattamento del «Quizás, Quizás, Quizás» scritto dal cubano Osvaldo Farrés — mette in scena la frustrazione di chi chiede una risposta d'amore chiara e riceve solo un vago «forse»: l'indecisione del ritornello, ripetuta tre volte come il titolo stesso, diventa il centro emotivo del pezzo, la paura di consumarsi in un'attesa senza risposta.
Reso celebre in inglese da Doris Day, il brano arriva ai Cake per una strada obliqua e in salsa decisamente più scarna: niente archi lussureggianti da studio anni '50, ma tromba, basso e chitarra in un arrangiamento quasi da bar latino, che mantiene lo spirito internazionale del pezzo riducendolo all'osso strumentale tipico della band.
Il testo fotografa la fine plateale di una relazione: lei se ne va di casa, furiosa, portandosi via perfino il materasso — un dettaglio concreto e quasi comico che rende molto più vivido, rispetto a una generica rottura sentimentale, il caos pratico e umiliante che segue un addio.
Il pezzo alterna dinamiche più tese a un ritornello aperto, con la tromba a sottolineare l'ironia amara del racconto: è uno dei momenti dell'album in cui l'osservazione quasi giornalistica di McCrea — descrivere la scena invece di commentarla — emerge con più chiarezza.
Il brano che dà (in parte) il titolo al disco gioca ancora una volta con l'osservazione distaccata di McCrea, in un testo enigmatico tipico della scrittura della band, più interessata a costruire immagini e situazioni che a spiegarle.
Musicalmente è uno dei pezzi più ritmicamente elaborati dell'album, con un intreccio di chitarra, basso e tromba che si rincorrono in un arrangiamento quasi da funk-rock strumentale, prima di lasciare spazio alla voce piatta e recitativa di McCrea.
Un testo più disteso e fiducioso rispetto a molti altri momenti del disco, dove il narratore attende con relativa calma il ritorno di una persona amata, in un tono più simile a una ballata country tradizionale che alla consueta ironia sferzante della band.
È l'unico brano dell'album ad accogliere un ospite: il chitarrista Greg Vincent alla pedal steel guitar, il cui suono lamentoso e trascinato regala al pezzo un colore decisamente più country rispetto al resto del disco, avvicinandolo alle radici della musica popolare americana più che al rock alternativo.
Il brano più lungo del disco è diventato, negli anni, un piccolo classico della satira sul materialismo americano: un divano di pelle italiana diventa il simbolo di una relazione — e di un'intera scala di valori — dove il possesso di oggetti di lusso e l'apparenza di uno stile di vita agiato contano più dell'intimità emotiva e della connessione reale fra le persone. La ripetizione ossessiva di alcune frasi nel finale accentua l'effetto di riduzione delle persone ai loro beni materiali.
L'arrangiamento si distende su un tempo lento e quasi ipnotico, con la tromba di DiFiore a disegnare linee melodiche ampie sopra un tappeto di chitarra e basso; una versione strumentale accelerata del brano è stata usata per anni come sigla della serie animata Mission Hill.
La cover di un brano scritto da Willie Nelson (dall'album «Shotgun Willie», 1973) racconta, con l'autoironia tipica del grande cantautore country, la frustrazione di chi scrive canzoni tristi che nessuno vuole ascoltare perché «di moda» in quel momento sono altre storie — un cortocircuito fra il dolore personale di chi scrive e l'indifferenza del pubblico.
I Cake chiudono l'album restando fedeli allo spirito country dell'originale, ma con il loro timbro caratteristico — voce piatta, tromba discreta, arrangiamento scarno — trasformando un pezzo di Nashville in un'ultima, spiazzante cartolina dal loro personalissimo incrocio fra generi.
Hai appena letto una guida di musicachepensa.it: dietro ogni traccia, una storia. Regalala, inviala, condividila con chi ami la musica come te — e se ti va, sfoglia gli altri Grandi Album o componi il tuo mixtape a partire dagli artisti che ami.