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Il 13 luglio 1985 due stadi, uno a Londra e uno a Filadelfia, ospitano in contemporanea il concerto benefico più grande mai organizzato fino ad allora: Live Aid. Ideato da Bob Geldof e Midge Ure sull'onda del successo del singolo Band Aid «Do They Know It's Christmas?», inciso l'anno precedente da un supergruppo di popstar britanniche, l'evento raccoglie fondi per la carestia che tra il 1983 e il 1985 devasta l'Etiopia. Circa 72.000 persone riempiono Wembley, quasi 90.000 lo stadio JFK di Filadelfia: la trasmissione televisiva, in diretta mondiale, raggiunge un pubblico stimato di 1,9 miliardi di persone in 150 paesi — quasi il 40% della popolazione mondiale dell'epoca.
Non esiste un disco ufficiale che raccolga tutta la giornata: durò sedici ore no-stop e vide esibirsi decine di artisti, alcuni dei quali non hanno mai autorizzato la pubblicazione commerciale della propria performance — i Led Zeppelin, per esempio, hanno sempre bloccato la diffusione del proprio set, sia su DVD sia in digitale. Questa guida ne seleziona dodici momenti — tra i più ricordati, i più clamorosi o i più assurdi — a partire dalla raccolta digitale ufficiale «Live Aid (Live, 13th July 1985)», pubblicata nel 2018 dalla Band Aid Trust in novantatré tracce.
Ogni metà del concerto si chiude con il proprio inno collettivo: Wembley con «Do They Know It's Christmas?», eseguito in coro da tutti gli artisti presenti mentre Paul McCartney e Pete Townshend sollevano Bob Geldof sulle spalle; Filadelfia con «We Are the World», il brano scritto l'anno precedente per la stessa causa dagli artisti americani riuniti sotto il nome USA for Africa. Tra donazioni telefoniche in diretta e incassi, le stime sul denaro raccolto da Live Aid per la fame in Africa vanno da circa 100 a oltre 150 milioni di dollari, a seconda della fonte e di cosa viene conteggiato.
Non c'è una «formazione» in senso proprio: Live Aid fu un susseguirsi ininterrotto di artisti diversi, in un'unica giornata che cambiò per sempre l'idea di cosa potesse fare la musica per una causa.
Tocca ai veterani del rock britannico l'onore di aprire ufficialmente la giornata a Wembley, dopo un breve inno nazionale suonato dalla banda delle Coldstream Guards: gli Status Quo scelgono per l'apertura proprio il brano più adatto a scaldare un pubblico di settantaduemila persone appena scoccato mezzogiorno. Il gruppo suona in tutto tre canzoni, ma è questa a restare negli annali come il colpo di partenza ufficiale di Live Aid.
Un rock diretto, chitarre a tutto volume e un ritornello pensato apposta per essere urlato in coro da uno stadio intero: il chitarrista Francis Rossi ha raccontato che, quando disse a Bob Geldof che la band era poco provata e non avrebbe suonato benissimo, l'organizzatore rispose senza troppi complimenti che non importava come sarebbero suonati — l'importante era esserci, e dare il via alla giornata.
La reunion dei The Who, fermi dal tour d'addio del 1982, apre con «My Generation», il loro inno più antico e ribelle — la canzone in cui una generazione giurava di morire prima di invecchiare, tornata sul palco vent'anni dopo cantata dagli stessi che l'avevano scritta. Il resto del breve set comprende «Pinball Wizard», «Love, Reign O'er Me» e un finale incendiario su «Won't Get Fooled Again».
Proprio mentre la canzone volge al termine, un fusibile salta e la trasmissione televisiva mondiale si interrompe per diversi minuti: milioni di spettatori restano al buio proprio nel momento clou, e il segnale torna solo verso la fine del brano successivo. Anche per questo, «My Generation» è una delle poche esibizioni della giornata a non comparire nella raccolta digitale ufficiale di Live Aid, mentre il resto del set — «Pinball Wizard» a parte — è stato pubblicato regolarmente, comprese «Love, Reign O'er Me» e «Won't Get Fooled Again». La band non si sarebbe riunita di nuovo per altri tre anni.
Ventuno minuti passati alla storia come una delle esibizioni dal vivo più grandi di sempre: in un sondaggio del settore musicale del 2005, che ha coinvolto oltre sessanta tra artisti, giornalisti e discografici, il set dei Queen a Live Aid è stato votato la migliore performance live nella storia del rock. Freddie Mercury conquista lo stadio fin dal primo accordo, tenendo settantaduemila persone nel palmo della mano per l'intera durata del set, che comprende anche «Hammer to Fall», «Crazy Little Thing Called Love», «We Will Rock You» e «We Are the Champions».
Il set si apre con una versione abbreviata di «Bohemian Rhapsody» e prosegue con «Radio Ga Ga», il cui ritornello — con il pubblico che batte le mani sopra la testa tutto insieme, seguendo il gesto di Mercury — è diventato una delle immagini più riprodotte di tutto Live Aid. Nel corso del set, una nota vocale tenuta a lungo da Mercury senza accompagnamento sarebbe poi stata soprannominata «la nota sentita in tutto il mondo», tanto da diventare oggetto di analisi acustiche decenni dopo.
Il set di Bowie — quattro brani, da «TVC15» a «Rebel Rebel», passando per «Modern Love» e, per ultima, «Heroes» — si ricorda soprattutto per l'esecuzione di quest'ultima, la sua canzone più nota, offerta come un momento di comunione con lo stadio intero. Bowie aveva anche in programma un duetto in diretta via satellite con Mick Jagger, impegnato a Filadelfia, ma l'idea fu accantonata quando i due si accorsero che il ritardo del collegamento satellitare avrebbe reso impossibile cantare in sincronia.
Rolling Stone lo ha definito «probabilmente l'ultimo trionfo di Bowie negli anni '80»: mentre miliardi di persone in tutto il mondo ascoltavano, appariva ancora come una delle rockstar più grandi e vitali del pianeta. Al posto del duetto impossibile, durante la trasmissione viene mandato in onda un video girato poche settimane prima: Bowie e Jagger che cantano insieme «Dancing in the Street», registrato in quattro ore in uno studio di Londra e diventato anch'esso un singolo di beneficenza.
Elton John si guadagna il set più lungo dell'intera giornata di Wembley, trentadue minuti: verso la fine richiama sul palco Kiki Dee, con cui aveva inciso questo duetto nel 1976 — il loro unico numero uno insieme nel Regno Unito — per ripeterlo dal vivo davanti allo stadio.
Un pop-rock luminoso e melodico, pensato apposta per il pubblico di uno stadio: la voce di Kiki Dee si intreccia a quella di Elton John in un botta e risposta che il pubblico canta a memoria, un momento di leggerezza in mezzo a un pomeriggio già carico di grandi nomi e grandi emozioni.
Il brano, esteso oltre i dodici minuti rispetto ai quattro dell'originale, diventa il momento che consacra gli U2 come uno dei più grandi gruppi dal vivo della loro epoca — al punto che la band, secondo racconti successivi, temette per anni di aver rovinato la propria esibizione abbandonando il resto della scaletta prevista per restare dentro quell'unico brano.
A metà esecuzione Bono scende dal palco e si getta tra il pubblico, individuando una ragazza che rischiava di essere schiacciata dalla folla sotto il palco e ballando con lei per qualche istante prima che gli steward la mettessero in salvo: vent'anni dopo, nel 2005, la stessa ragazza avrebbe dichiarato che quel gesto le aveva salvato la vita.
Tocca a McCartney chiudere la giornata londinese, con la ballata dei Beatles che più si presta a un finale collettivo e commovente — un brano che lui stesso aveva scritto quindici anni prima, tornato qui a suggellare un pomeriggio di musica per una causa molto diversa da quelle per cui era nato.
Il microfono di McCartney smette di funzionare per i primi due minuti del brano, rendendolo quasi inudibile sia allo stadio sia in diretta televisiva. Quando l'audio viene ripristinato, sul palco lo raggiungono Bob Geldof, David Bowie, Pete Townshend e Alison Moyet a sostenerlo per il finale, prima che l'intero cast della giornata si riunisca per cantare in coro «Do They Know It's Christmas?», con McCartney e Townshend che sollevano Geldof sulle spalle.
Tocca a Joan Baez, presentata sul palco da Jack Nicholson, aprire la giornata americana allo stadio JFK di Filadelfia: prima di cantare, pronuncia una frase diventata celebre, definendo l'evento «il vostro Woodstock, e non prima del tempo» — un riferimento al festival del 1969 a cui lei stessa aveva partecipato sedici anni prima.
Un inno spirituale intonato quasi a cappella insieme al pubblico, in netto contrasto con il rock che dominerà il resto della giornata: un momento di raccoglimento prima di sedici ore di musica no-stop. Baez chiude il suo breve set con un secondo brano, «We Are the World», anticipando così il tema con cui l'intera giornata americana si sarebbe conclusa quella sera.
Collins è l'unico artista a esibirsi in entrambi gli stadi nello stesso giorno: suona prima a Wembley, poi raggiunge in elicottero l'aeroporto di Heathrow, vola a New York sul Concorde e da lì raggiunge Filadelfia in un secondo elicottero, per suonare di nuovo poche ore dopo sull'altra sponda dell'Atlantico — un'impresa logistica che nessun altro artista avrebbe tentato quel giorno.
Al pianoforte, da solo, ripropone il suo brano più drammatico — celebre per il break di batteria che esplode a metà canzone — in entrambe le esibizioni della giornata; a Filadelfia lo affianca anche a «Against All Odds», prima di sedersi di nuovo dietro ai tamburi poche ore dopo per la reunion dei Led Zeppelin.
È la prima esibizione dei Led Zeppelin dalla morte del batterista John Bonham, nel 1980: un evento che l'intero pubblico rock attendeva da cinque anni, con la band che aveva sciolto ogni attività proprio in seguito a quella perdita. Il risultato, però, è tutt'altro che trionfale — Robert Plant canta con la voce roca per l'affaticamento della giornata, Jimmy Page suona una chitarra scordata e i monitor sul palco non funzionano, rendendo quasi impossibile per i musicisti sentirsi tra loro.
Al posto di Bonham siedono alla batteria Phil Collins, arrivato da poco da Wembley, e Tony Thompson, con Paul Martinez al basso mentre John Paul Jones si sposta alle tastiere. Il gruppo ha sempre rifiutato di autorizzare la pubblicazione ufficiale di questa esibizione — Plant l'ha definita, senza mezzi termini, «un'atrocità», e Page ha criticato pubblicamente il modo di suonare di Collins, che si è definito a sua volta «un piolo quadrato in un buco rotondo» — per questo non compare nella raccolta digitale di Live Aid.
Jagger si esibisce da solo per buona parte del suo set a Filadelfia — apre con «Lonely at the Top», poi «Just Another Night» e «Miss You» — prima di richiamare sul palco Tina Turner per un duetto esplosivo che diventa uno dei momenti più commentati, e più discussi, di tutta la giornata.
Sul finale, Jagger strappa via parte del vestito di Tina Turner, lasciandola a concludere il brano praticamente in body: un gesto scenico che ha fatto discutere per anni, diventato uno dei fermo-immagine più riprodotti di Live Aid, e che oggi viene spesso riletto con uno sguardo critico diverso da quello con cui fu accolto all'epoca.
Tocca a Dylan chiudere la giornata americana, affiancato per l'occasione da Keith Richards e Ronnie Wood dei Rolling Stones: un trio improvvisato più che una vera band, messo insieme con prove ridotte all'osso e senza il resto della sezione ritmica. Il set comprende anche «Blowin' in the Wind» e «When the Ship Comes In».
A un certo punto una corda della chitarra di Dylan si rompe: Wood gli passa la propria, restando lui stesso senza strumento, e improvvisa qualche istante di chitarra mimata prima che un tecnico gli porti un ricambio. Il pubblico non se ne accorge quasi, ma il video della scena sarebbe circolato per decenni — e per questo, come per The Who e i Led Zeppelin, il brano non fa parte della raccolta digitale ufficiale: dalla compilation risulta solo «Blowin' in the Wind» del trio.
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