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«Mama Said» è il secondo disco di Lenny Kravitz, uscito nel 1991 per la Virgin: nasce nel pieno della separazione dall'attrice Lisa Bonet, sposata nel 1987 e madre della figlia Zoë, nata l'anno successivo — un dolore che Kravitz ha raccontato di aver attraversato dormendo solo due ore a notte per mesi. Il disco arriva appena due anni dopo «Let Love Rule», il suo esordio a sorpresa, ed è il primo che produce interamente da solo.
Musicalmente il disco raccoglie in un solo suono le sue ossessioni: il soul di Curtis Mayfield, il funk di Sly Stone, la chitarra di Jimi Hendrix, l'eco della fase «Plastic Ono Band» di John Lennon. Kravitz suona quasi tutti gli strumenti da solo — voce, chitarra, basso, batteria, persino il sitar elettrico — con ospiti come Slash, alla chitarra in due brani, e Sean Lennon, che a sedici anni co-firma «All I Ever Wanted» al piano.
Il disco entra all'ottavo posto della classifica britannica e al trentanovesimo della Billboard 200 americana. Ha venduto abbastanza copie da meritare il doppio platino negli Stati Uniti, anche se la certificazione ufficiale della RIAA resta ferma al platino semplice: resta comunque il capitolo più esplicitamente autobiografico della carriera di Kravitz, un diario di rottura pubblicato quando aveva ventisei anni.
È una cover: il brano originale è del 1971, firmato dalla New York Rock and Roll Ensemble per l'album «Roll Over». Kravitz lo fa suo mantenendone il cuore — l'invito a lasciarsi alle spalle ogni preoccupazione e attraversare i campi mano nella mano con chi si ama — mentre nella vita reale il suo matrimonio con Lisa Bonet si stava già incrinando: un'ironia che il pubblico avrebbe colto solo con il senno di poi.
Chitarre acustiche ed elettriche si intrecciano in un arrangiamento caldo, quasi folk-rock, che apre il disco con un'immagine di serenità presto smentita dal resto dell'album: una scelta di sequenza che rende ancora più netto il contrasto con quanto segue.
Il primo singolo, scritto insieme a Slash — che secondo il racconto della band portò già pronto il riff di chitarra — è un rock diretto, quasi uno sfogo fisico più che una confessione, che apre il disco con energia prima delle ferite più esposte dei brani successivi.
Il riff di chitarra di Slash e i fiati arrangiati dallo stesso Kravitz — tromba e sassofoni affidati a turnisti come Karl Denson — danno al brano un suono quasi da hard rock anni '70, diverso da tutto il resto del disco: un'apertura pensata per colpire subito, prima che l'album viri verso territori più intimi.
Il quarto singolo del disco, uscito in settembre, racconta la presa di coscienza di un uomo che riconosce i propri errori in una relazione e decide, finalmente, di restare e impegnarsi fino in fondo — un tono più riconciliante rispetto alla rabbia di altri brani del disco, quasi un tentativo di riscrivere quello che sarebbe potuto essere.
Un arrangiamento scarno, che guarda alla fase «Plastic Ono Band» di John Lennon: rullante secco e accordi di pianoforte squillanti sotto una voce sofferta. Il critico Greg Kot, sul Chicago Tribune, ha scritto che proprio in brani come questo e «All I Ever Wanted» si sente quanto Kravitz fosse affezionato a quella produzione essenziale, capace di amplificare ogni fragilità della voce invece di nasconderla dietro strati di suono.
Il brano più esplicitamente legato alla fine del matrimonio con Lisa Bonet: Kravitz ha raccontato a Rolling Stone di averlo scritto una notte, da solo in una stanza d'albergo di Los Angeles, al buio, con un pianoforte elettrico Fender Rhodes portato apposta in camera, in quello che ha definito uno dei momenti più bui della sua vita.
Una ballata medio-lenta che guarda alla Motown e al soul di Philadelphia, con la sezione fiati dei Phenix Horns di Earth, Wind & Fire a chiudere il brano: Kravitz suona quasi ogni altro strumento da solo — chitarra, basso, batteria, tastiere — lasciando solo gli archi e i fiati d'accompagnamento ad altre mani.
Un brano d'amore più diretto, scritto e composto interamente da Kravitz, che nel contesto del disco suona quasi come un ricordo di ciò che si sta perdendo — l'unico momento dell'album in cui l'amore per Bonet non è ancora filtrato dal dolore della separazione.
Un pop-soul luminoso, tra i più immediati del disco, con un arrangiamento che alterna momenti acustici a slanci più pieni, quasi a dimostrare che Kravitz sapeva scrivere anche canzoni d'amore senza ombre, prima che il resto del disco tornasse a farsi più cupo.
Il titolo — un vecchio proverbio sul karma, quello che si semina si raccoglie — suona come un avvertimento più che una minaccia, in linea col tono riflessivo di tutto il disco: un modo indiretto di dire all'ex moglie che prima o poi le cose si sarebbero sistemate da sole.
Soul falsetto alla Philadelphia, con un'evidente influenza di Curtis Mayfield e un assolo di sassofono di Karl Denson: una delle prove vocali più acute di Kravitz su tutto l'album, in un registro — il falsetto soul — che non avrebbe più esplorato con la stessa intensità nei dischi successivi.
Uno dei brani più esplicitamente blues del disco, un genere che Kravitz frequenta raramente in modo così diretto: il titolo stesso suggerisce una domanda a cui la canzone prova a rispondere sulle cause profonde di una rottura, senza mai arrivare a una conclusione definitiva.
Chitarra blues in primo piano, con un arrangiamento più scarno rispetto al resto del disco: qui Kravitz si concede una delle poche escursioni dell'album fuori dal soul e dal funk, verso un genere ascoltato fin da ragazzo sui dischi di famiglia.
Un invito diretto — smettila di trascinarti — che nel disco funziona quasi come un momento di stacco energico rispetto ai brani più malinconici che lo circondano: un modo per prendere fiato, a metà album, prima di tornare alle ferite più esposte.
Gli effetti di chitarra alla Jimi Hendrix si sovrappongono a un groove che guarda a Sly Stone: uno dei brani più funk e ballabili del disco, che dimostra quanto Kravitz si muovesse con naturalezza tra generi lontanissimi nel giro di poche tracce.
Una ninna nanna scritta per la figlia Zoë, nata dal matrimonio con Lisa Bonet: Kravitz l'aveva composta già nel 1988, con il titolo provvisorio «Zoe's Lullaby», anni prima di inciderla per questo disco. È un canto di innocenza e possibilità, l'unico momento del disco a guardare avanti senza ombre — un contrappunto necessario in mezzo a un album costruito quasi interamente sul dolore della separazione dalla madre della bambina.
Arrangiamento delicato e minimale, pensato per restare vicino al genere — la ninna nanna — che lo ha ispirato: voce sussurrata, poche note di accompagnamento, nessuna delle stratificazioni sonore che caratterizzano il resto del disco.
Una ripresa del brano d'apertura, quasi in chiusura del disco: la stessa immagine di serenità torna, ma dopo tutto quello che si è ascoltato nel mezzo suona inevitabilmente diversa, quasi ironica nella sua insistenza sulla leggerezza.
Variazione strumentale sulla stessa base di «Fields of Joy», con un arrangiamento leggermente diverso che la rende più di un semplice bis: una scelta di sequenza che chiude simbolicamente il cerchio del disco prima degli ultimi brani.
Scritto insieme a Sean Lennon, figlio di John Lennon e Yoko Ono: un dettaglio che rende ancora più esplicito il debito che tutto il disco ha nei confronti della fase «Plastic Ono Band» di John Lennon, tra confessione nuda e arrangiamenti scarni.
Rullante secco e accordi di pianoforte squillanti, esattamente lo stampo sonoro che la critica ha accostato a Phil Spector e al primo Lennon solista: Sean Lennon suona il piano, mentre Kravitz cura il resto dell'arrangiamento con la stessa essenzialità di «Stand by My Woman».
Un altro brano venato di blues, il genere a cui Kravitz attinge nei momenti più scarni e diretti del disco: il titolo stesso gioca su un rovesciamento — il mattino che si fa notte — come immagine di un tempo che non segue più le sue regole abituali, specchio di una vita improvvisamente sconvolta.
Arrangiamento ridotto all'osso, chitarra e voce in primo piano, in uno dei momenti più nudi di tutto l'album: nessun ospite, nessuna sovraincisione superflua, solo Kravitz che si accompagna da solo.
Il titolo più diretto e provocatorio del disco: nella scrittura di questo brano Kravitz ha detto di essersi ispirato al modo in cui Stevie Wonder costruiva i testi su «Innervisions» (1973), cercando un linguaggio insieme personale e universale, capace di parlare di sé senza perdere di vista il contesto sociale più ampio.
Synth curati nello stile di Brian Eno — o, secondo alcune letture critiche, dei Kraftwerk — si affiancano a un arrangiamento più elaborato del solito: uno dei brani sonoramente più ambiziosi del disco, che anticipa territori elettronici esplorati da Kravitz solo più avanti nella carriera.
Chiude il disco un brano brevissimo, meno di due minuti: un'immagine di leggerezza e trasformazione — la farfalla del titolo — lasciata quasi in sospeso, senza risolvere del tutto le tensioni di tutto l'album, come se Kravitz preferisse congedarsi con una domanda aperta piuttosto che con una risposta.
Un finale rapido e delicato, quasi un post-scriptum dopo il resto del disco, che si chiude senza un vero e proprio gran finale: una scelta di understatement rara per un album così carico di emozione.
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