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Athens, un paesino dell'Alabama, fine anni Duemila. Brittany Howard ha una voce che sembra arrivare da un'altra epoca — il graffio di Janis Joplin, il calore di Otis Redding — e mette su una band con tre amici. All'inizio si chiamano semplicemente The Shakes; poi, per non confondersi con altri, diventano Alabama Shakes. Nel 2012, quasi dal nulla e grazie al passaparola, il loro debutto li porta dai bar del Sud ai palchi di tutto il mondo.
In appena due album — Boys & Girls (2012) e Sound & Color (2015) — gli Alabama Shakes hanno fatto un viaggio enorme: dal soul-rock grezzo e diretto degli esordi alla psichedelia ariosa e premiata del secondo disco, arrivato primo in classifica e vincitore del Grammy come miglior album alternative. Poi, sul più bello, si sono fermati: Brittany Howard ha intrapreso la carriera solista, e quella breve discografia è rimasta come un lampo perfetto.
Questo solco li racconta in dieci canzoni, cinque per album: le hit (Hold On, Don't Wanna Fight, Gimme All Your Love) e le chicche (You Ain't Alone, Rise to the Sun, The Greatest, This Feeling). Due dischi, due mondi, una voce sola capace di tenerli insieme — il fuoco di Brittany Howard, dall'inizio fino alla quiete.
È la scintilla, e arriva da un posto piccolo: Athens, Alabama. Nel 2012, mentre il pop si fa sempre più levigato e digitale, una band di ragazzi di provincia pubblica «Hold On» e spiazza tutti. Il motivo è una voce: quella di Brittany Howard, grezza, spaccata, piena di gospel e di blues, che sembra arrivare da un disco del 1968 e insieme dal futuro. Nessuno cantava più così.
Il brano è un soul-rock che brucia lento, costruito su una chitarra sporca e un battito paziente, finché la voce non esplode: «devi solo resistere». È diventato l'inno di tutta una generazione di musicisti che, da qui in poi, sceglieranno il suono grezzo e dal vivo contro la perfezione delle macchine. Gli Alabama Shakes hanno acceso la miccia: il revival del soul americano comincia con questo brano.
Il volto solare degli Alabama Shakes. «Hang Loose» è uno dei pezzi più scanzonati di Boys & Girls, il debutto del 2012: due minuti e mezzo di soul-rock spensierato, con un groove sudista che invita a fare esattamente quello che dice il titolo — lasciarsi andare, stare leggeri.
Sotto l'allegria, però, si sente già tutto il marchio della band di Athens, Alabama: chitarre essenziali, un ritmo che dondola, e la voce di Brittany Howard che potrebbe spaccare il mondo ma qui sceglie di sorridere. È il rovescio luminoso di un disco che sa anche ferire — la prova che questi ragazzi sapevano divertirsi prima ancora di stupire.
Se c'è un brano che da solo spiega perché il mondo si innamorò degli Alabama Shakes, è questo. «You Ain't Alone» è una ballata soul lentissima, costruita quasi sul nulla — un giro di accordi trattenuto, e quella voce. Brittany Howard canta come se ogni parola le costasse insieme fatica e liberazione, fermandosi sull'orlo del pianto.
Richiama i grandi del soul degli anni Sessanta, da Otis Redding a Etta James, ma non è imitazione: è una cantante giovanissima del profondo Sud che riporta in vita quel calore con una sincerità disarmante. «Non sei solo» è la promessa più semplice e più grande che una canzone possa fare, e in bocca a lei diventava capace di zittire una sala intera.
Una delle gemme nascoste del debutto. «Rise to the Sun» alterna quiete e tempesta: parte sospesa, quasi trattenuta, poi monta in un crescendo che libera tutta l'energia della band. È la dinamica che sarebbe diventata la loro firma — il sapere esattamente quando sussurrare e quando deflagrare.
Il testo parla di rialzarsi, di tornare alla luce dopo il buio. Meno immediata delle hit, è il brano che chi ama gli Alabama Shakes indica spesso come prova che non erano una band da un singolo solo: c'erano profondità, costruzione, l'idea di una canzone come viaggio. Una chicca per chi va oltre la superficie.
La title track del primo album. «Boys & Girls» racconta, con disincanto dolce, come da bambini maschi e femmine giochino insieme finché qualcosa, crescendo, li separa. Un tema semplice, quasi nostalgico, cantato senza una briciola di retorica.
È il brano che dà nome e tono a un disco fatto di emozioni dirette, registrato quasi dal vivo in uno studio di Nashville con mezzi essenziali: niente trucchi, una band giovane che riempie una stanza e una voce che riempie tutto il resto. L'innocenza prima della grande svolta sperimentale che sarebbe arrivata tre anni dopo.
Tre anni dopo il debutto, gli Alabama Shakes tornano trasformati. «Sound & Color», title track e apertura del secondo album, si apre su un vibrafono cristallino e una voce sospesa nello spazio: è subito chiaro che qualcosa è cambiato. Via il soul-rock polveroso degli esordi, dentro un'atmosfera psichedelica, ariosa, quasi cosmica.
Sound & Color (2015) sarebbe arrivato al primo posto in America e avrebbe vinto il Grammy come miglior album alternative: la consacrazione di una band che ha osato reinventarsi invece di ripetersi. Questo brano è la porta d'ingresso di quel nuovo mondo — «voglio toccare suono e colore», canta Brittany Howard, e te lo fa quasi vedere.
Tre anni dopo «Hold On», il fulcro si è evoluto. Nel 2015 gli Alabama Shakes tornano con «Sound & Color», che debutta al numero uno in America — il loro primo. «Don't Wanna Fight» si apre con un urlo strozzato di Brittany Howard, quasi disumano, e poi parte un groove psych-soul teso e nervoso, lontano dal calore del primo disco.
La band che aveva acceso il revival ora lo spinge altrove: più strano, più ambizioso, attraversato dall'elettricità della psichedelia. Il brano vince due Grammy — miglior interpretazione e miglior canzone rock — e consacra Brittany Howard tra le voci più importanti del decennio. È la dimostrazione che riportare in vita le radici non significava restare fermi: significava farle bruciare di una luce nuova.
Il brano che dal vivo diventava un terremoto. «Gimme All Your Love» è costruito su una dinamica da brivido: una strofa trattenuta, sospesa, e poi l'esplosione — la band che si ferma di colpo e riparte come un'onda. Brittany Howard passa dal sussurro all'urlo nello stesso respiro.
È soul classico filtrato attraverso il rock, con quel senso del crescendo che gli Alabama Shakes padroneggiavano come pochi. La richiesta del titolo — «dammi tutto il tuo amore» — diventa, nella sua voce, qualcosa a metà tra la preghiera e la pretesa. Uno dei vertici di Sound & Color e dei loro concerti.
La scarica più rock e veloce del secondo album. «The Greatest» parte come un pezzo garage-punk, chitarre nervose e batteria tirata, e racconta l'incoscienza dell'adolescenza — il bisogno di sentirsi i più grandi, invincibili, immortali.
Mostra la faccia più ruvida e adrenalinica della band, lontanissima dalle ballate soul: un omaggio dichiarato all'energia giovanile e al punk. È la chicca giusta per chi crede che gli Alabama Shakes fossero «solo» una grande voce soul: qui c'è la prova della loro varietà, la capacità di passare dal velluto alla benzina nel giro di un disco.
Il lato più dolce e disarmato della band. «This Feeling» è una ballata delicata, sostenuta da una chitarra slide e da un arrangiamento minimo, in cui Brittany Howard canta la fatica e la speranza di chi sta ancora cercando la propria strada. È come tornare a respirare dopo l'intensità del resto del disco.
«Non sono ancora dove voglio essere, ma ci sto arrivando»: è il sentimento di pace ferita che dà il titolo al brano. Molti la considerano la gemma segreta di Sound & Color, e una delle cose più tenere che la band abbia inciso: un momento di quiete dopo il fuoco.
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