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Nessun genio nasce dal nulla. Prima di Prince c'erano l'urlo androgino di Little Richard, il groove implacabile di James Brown, la band mista e gioiosa di Sly & The Family Stone: le radici da cui il ragazzo di Minneapolis prese tutto — l'energia, il funk, l'idea che la musica nera potesse essere libera da ogni etichetta di colore e di genere.
Negli anni Ottanta Prince fa esplodere quell'eredità a Minneapolis, e attorno a sé accende un'intera galassia — The Time, Sheila E., The Family. Un suono nuovo, fatto di funk e synth, di sacro e profano, che conquista il mondo. Qui Prince è al centro, ma con appena due brani: il resto della sua storia merita un solco tutto suo.
E poi i rami: Jimmy Jam e Terry Lewis, usciti dai The Time, portano quel suono in cima alle classifiche producendo Janet Jackson; e una generazione dopo Bruno Mars ne raccoglie l'eleganza. Questo mixtape è l'albero intero — dalle radici ai rami — di una delle piante più rigogliose della musica del Novecento.
Due minuti di pura adrenalina: Little Richard urla, martella il pianoforte e canta a velocità folle una storiella di travestimenti e fughe notturne, in un rock'n'roll così selvaggio che il giovane Paul McCartney la elesse a suo brano preferito da cantare. Nel 1956 «Long Tall Sally» suonava come una porta sfondata a calci.
Little Richard — trucco, pompadour altissimo, un'energia sessuale ambigua e travolgente — è uno dei padri segreti di Prince. L'androginia provocatoria, il falsetto, lo stare sul palco come una fiamma viva: tutto ciò che Prince porterà all'estremo nasce qui, nell'urlo di un ragazzo nero della Georgia che ruppe ogni regola sul colore e sul genere.
«Get up! Get on up!» — bastano quelle parole e quel groove ostinato a riconoscere una pietra angolare del funk. James Brown qui smette di «cantare canzoni» e inventa un modo nuovo di fare musica: tutto diventa ritmo, ogni strumento è una percussione, la voce è un grido che incalza la band («Should I take it to the bridge?»).
Il Padrino del Soul è la sorgente da cui sgorga quasi tutto il funk che verrà, Minneapolis compresa. Prince ne studiò i dischi e soprattutto i passi: il modo di scivolare ballando, di comandare una band con un cenno, di trasformare un concerto in un rito fisico. Senza il groove inventato da James Brown, il funk di Prince non esisterebbe.
Un giro di basso «slappato» che cambia la storia della musica: in «Thank You» Larry Graham percuote le corde col pollice e con l'indice, inventando una tecnica che diventerà il battito stesso del funk. Sopra, Sly Stone intreccia voci e ringraziamenti amari in un brano che è insieme festa e disincanto.
Gli Sly & The Family Stone erano rivoluzionari già solo a vederli: bianchi e neri, uomini e donne, tutti sullo stesso palco a suonare un funk psichedelico e gioioso. È esattamente il modello a cui Prince guarderà costruendo The Revolution, la sua band mista per suono e identità. La radice più diretta dell'utopia danzante di Minneapolis.
Un gesto di pura sfida alle regole: «When Doves Cry» è un funk a cui Prince tolse di netto la linea di basso — il pavimento su cui ogni pezzo funk poggia — lasciando una struttura nuda, spettrale, inquieta. Doveva sembrare «sbagliato», e proprio per questo suona come niente altro prima.
Il testo è un dramma familiare in miniatura: due amanti che litigano e si feriscono come i genitori di lui, «un padre troppo severo, una madre mai contenta». Inciso per il film e l'album Purple Rain, divenne il singolo più venduto dell'anno in America. È il momento in cui un genio locale diventa un fenomeno mondiale — senza rinunciare a una sola delle sue stranezze.
«Oh-we-oh-we-oh!»: bastano quel grido e un riff di chitarra a far riconoscere «Jungle Love» a chiunque abbia visto Purple Rain, dove i The Time la suonano rubando la scena con la loro arroganza comica. È funk-rock spaccone e gioioso, fatto apposta per far ballare e ridere allo stesso tempo, con Morris Day e il fido Jerome a teatralizzare ogni gesto.
Dietro la leggerezza c'è la solita officina: il brano nasce dal lavoro di Prince con il chitarrista Jesse Johnson, e porta tutta la potenza ritmica della scuderia di Minneapolis. Una festa pura, di quelle che restano: la prova che dentro quella scena la serietà del groove e il puro divertimento andavano a braccetto.
Sheila Escovedo veniva da una dinastia di percussionisti jazz-latini, e quando incrociò Prince trovò chi seppe metterla davanti, e non dietro, ai tamburi. «The Glamorous Life» — firmata da lui — racconta una donna che ha tutto, lusso e ammiratori, ma scopre che senza amore «non vale un soldo»: un ritratto amaro travestito da festa scintillante.
Il cuore del brano sono le congas e i timbales di Sheila E., che corrono e dialogano con i fiati in un assolo lungo e travolgente, raro in un singolo pop. È funk latino, elegante e fisico: la dimostrazione che nella galassia di Minneapolis anche una percussionista poteva diventare una star, con il ritmo come biglietto da visita.
Quasi nessuno sa che «Nothing Compares 2 U» nacque qui, nel 1985, prima di appartenere al mondo. La scrisse Prince e la affidò ai The Family, un gruppo della sua scuderia durato un solo disco: una versione più calda e soul, con il sax a piangere e la voce di Paul Peterson a raccontare il vuoto lasciato da chi se n'è andato.
Cinque anni dopo Sinéad O'Connor ne fece uno dei più grandi successi di sempre, e da allora la canzone è diventata di tutti — Prince stesso la riprese dal vivo per anni. Ma l'originale dei The Family ha il fascino delle cose nate in un cortile di provincia e poi diventate immense: il segreto meglio custodito del Minneapolis Sound.
Funk ridotto all'osso: una chitarra secca, un battito scheletrico, niente basso, e quel falsetto provocante che chiede solo «un bacio». «Kiss» è una lezione di sottrazione — togliere tutto il superfluo finché resta soltanto il groove e il sex appeal. «Non devi essere ricca, non devi essere cool», canta Prince: basta essere veri.
Curiosità da scuderia: il brano nacque come una demo acustica che Prince regalò ai Mazarati, un altro gruppo del suo giro; sentendo come l'avevano trasformata, decise che era troppo bella per cederla e se la riprese. Arrivò al primo posto e divenne uno dei suoi marchi di fabbrica: la prova che, a Minneapolis, anche meno poteva essere infinitamente di più.
«Nasty» nasce da un episodio vero: alcuni uomini che la importunavano per strada, e Janet Jackson che trasforma la rabbia in un inno di rispetto e autonomia — «no, il mio nome non è Tesoro: è Janet, signorina Jackson se proprio ci tieni». Un funk scattante e d'acciaio, costruito su una drum machine implacabile.
Il suono è quello di Minneapolis che conquista il pianeta: a produrre l'album «Control» sono Jimmy Jam e Terry Lewis, i due usciti dai The Time. Portano la lezione di Prince — synth taglienti, groove robotici, attitudine di ferro — e la cuciono addosso a una ventenne che con questo disco smette di essere «la sorella di» e diventa Janet Jackson. La scuderia di Minneapolis diventata pop globale.
Chiudi gli occhi e potresti giurare che «Finesse» sia uscita nel 1990: synth lucidi, fiati, un groove da new jack swing e l'eleganza spavalda di chi sa esattamente cosa sta facendo. Bruno Mars ricostruisce con amore maniacale il suono nero di fine anni Ottanta, fino al più piccolo dettaglio di produzione.
Ed è proprio il suono che Jam e Lewis — i produttori usciti dai The Time — avevano costruito partendo da Prince e da Minneapolis. «Finesse» ne è l'erede dichiarato: trent'anni dopo, un fuoriclasse delle nuove generazioni rende omaggio a quella lezione e dimostra che il groove nato in una città gelida del Minnesota fa ancora ballare il mondo.
Hai appena ascoltato un mixtape curato dalla redazione di musicachepensa.it. Adesso tocca a te: componi il tuo e ne nascerà un libretto come questo — stampalo, regalalo, fallo girare. La cultura è il primo gesto di un incontro.