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Intorno al 2011, mentre il pop diventava sempre più digitale e levigato, un'ondata di musicisti americani fece una scelta controcorrente: tornare al suono grezzo e dal vivo del soul e del blues d'annata — organi Hammond, fiati, chitarre sporche e voci di fuoco. Al centro di tutto, una band da Athens, un paesino dell'Alabama, e una voce inarrestabile: Brittany Howard e gli Alabama Shakes.
Non era nostalgia: era riscoprire le radici e farle bruciare di nuovo. Il soul del profondo Sud degli anni Sessanta, il gospel, il blues elettrico. E attorno agli Shakes si accese una scena intera: l'etichetta Daptone che resuscitava vecchi uomini del soul (Charles Bradley), giovani crooner che incanalavano Sam Cooke (Leon Bridges), stomp gospel da stadio (Nathaniel Rateliff), il blues-rock sporco (Black Keys, Gary Clark Jr.) e altri conterranei dell'Alabama (St. Paul & The Broken Bones).
Nove canzoni di soul grezzo, sudato e analogico, dal 2011 al 2019: dalla scintilla di «Hold On» fino a Brittany Howard che va da sola. La prova che certa musica non ha bisogno di essere nuova per essere viva — le basta bruciare.
È la scintilla, e arriva da un posto piccolo: Athens, Alabama. Nel 2012, mentre il pop si fa sempre più levigato e digitale, una band di ragazzi di provincia pubblica «Hold On» e spiazza tutti. Il motivo è una voce: quella di Brittany Howard, grezza, spaccata, piena di gospel e di blues, che sembra arrivare da un disco del 1968 e insieme dal futuro. Nessuno cantava più così.
Il brano è un soul-rock che brucia lento, costruito su una chitarra sporca e un battito paziente, finché la voce non esplode: «devi solo resistere». È diventato l'inno di tutta una generazione di musicisti che, da qui in poi, sceglieranno il suono grezzo e dal vivo contro la perfezione delle macchine. Gli Alabama Shakes hanno acceso la miccia: il revival del soul americano comincia con questo brano.
L'ala più rock e sporca del revival. I Black Keys sono due ragazzi di Akron, Ohio — Dan Auerbach e Patrick Carney — che per dieci anni hanno scavato nel blues garage prima di esplodere, nel 2011, con l'album «El Camino». «Lonely Boy» è la scarica che li rende celebri: riff grasso, batteria che picchia, l'urgenza del rock'n'roll delle origini.
Ma a renderlo leggendario è il video. La band aveva preparato una produzione con oltre quaranta persone, poi l'ha buttata via: hanno ripreso un buttafuori, Derrick Tuggle, che balla e fa playback da solo davanti a un motel di Los Angeles, in un'unica ripresa. È diventato virale in un giorno. Grezzo, accidentale, perfetto — esattamente come tutta questa scena: niente fronzoli, solo verità.
Se il revival ha un eroe della chitarra, è lui. Gary Clark Jr. arriva da Austin, in Texas, e viene salutato come «il nuovo Hendrix»: un bluesman nero con la chitarra in fiamme, venuto a riprendersi un'eredità — quella del blues elettrico — che troppi avevano dimenticato fosse nata nera.
«Bright Lights» è la sua dichiarazione di guerra, costruita su un riff cattivo e una promessa sfacciata: «conoscerai il mio nome prima della fine della notte». Cinque minuti di fuzz, distorsione e attitudine, in cui il blues smette di essere roba da museo e torna a graffiare. È il cuore elettrico e ribelle di questa scena.
La storia più commovente di tutta la scena. Charles Bradley ha passato decenni a fare l'imitatore di James Brown col nome di «Black Velvet», vivendo a volte per strada, senza che nessuno lo notasse. Finché l'etichetta Daptone — quella che riportava in vita il vecchio soul vero — non lo scopre e pubblica il suo disco d'esordio quando lui ha già sessantadue anni. Lo chiamano «The Screaming Eagle of Soul», l'aquila urlante del soul.
«The World (Is Going Up in Flames)», suonata con la Menahan Street Band, è soul d'annata purissimo — fiati, organo, groove anni Settanta — ma con una rabbia civile che brucia: il mondo va a fuoco e nessuno fa niente. La mettiamo qui perché è la prova che questo revival non era una moda da ragazzi nostalgici: era una resurrezione. Bradley non imitava il passato — lo aveva vissuto, e finalmente poteva cantarlo.
Stesso Stato degli Alabama Shakes, stesso fuoco. I St. Paul & The Broken Bones vengono da Birmingham, in Alabama, e sono guidati da Paul Janeway — un ex-predicatore che canta come un invasato, in giacca e cravatta, sudando attraverso il soul d'altri tempi. Sul palco sembra posseduto; la voce è un miracolo che non ti aspetti da quel corpo pacato.
«Call Me», da «Half the City» (2014), è una supplica annegata nei fiati che esce dritta dal manuale del soul anni Sessanta — quello di Stax e di Muscle Shoals, gli studi leggendari proprio dell'Alabama. È la dimostrazione che il revival aveva una sua geografia precisa: il profondo Sud, dove certe radici non erano mai morte, ma solo addormentate.
Il volto più dolce del revival. Leon Bridges ha venticinque anni, viene da Fort Worth, in Texas, e fa una cosa quasi commovente: canta e si veste come se fosse il 1962. «Coming Home» sembra un quarantacinque giri perduto di Sam Cooke, ritrovato per caso in una soffitta: caldo, tenero, di un'eleganza che non esiste più.
Mentre gli altri urlano e bruciano, Bridges sussurra. È la prova che il revival non era solo rabbia ed energia: sapeva anche essere gentile, romantico, pieno di garbo antico. Una voce giovane che porta dentro tutta la dolcezza del soul classico, senza una sola ruga di ironia. Pura, semplice nostalgia fatta carne.
Sembra la festa più trascinante del mondo: battiti di mani, piedi che pestano, un coro da cantare a squarciagola con la birra in mano. «S.O.B.» di Nathaniel Rateliff, da Denver, ha fatto ruggire i festival di mezzo pianeta con la sua energia gospel-soul. Ma sotto la festa c'è il buio.
Rateliff ha scritto questo brano sul proprio delirium tremens — le allucinazioni e i tremori della crisi d'astinenza dall'alcol. È la supplica di un uomo che sta affogando: «qualcuno mi aiuti, datemi qualcosa che mi tenga». Gioia e disperazione nello stesso respiro: è il trucco più antico del gospel e del soul, trasformare il dolore più nero in qualcosa che fa cantare. Pochi lo hanno fatto così bene.
Tre anni dopo «Hold On», il fulcro si è evoluto. Nel 2015 gli Alabama Shakes tornano con «Sound & Color», che debutta al numero uno in America — il loro primo. «Don't Wanna Fight» si apre con un urlo strozzato di Brittany Howard, quasi disumano, e poi parte un groove psych-soul teso e nervoso, lontano dal calore del primo disco.
La band che aveva acceso il revival ora lo spinge altrove: più strano, più ambizioso, attraversato dall'elettricità della psichedelia. Il brano vince due Grammy — miglior interpretazione e miglior canzone rock — e consacra Brittany Howard tra le voci più importanti del decennio. È la dimostrazione che riportare in vita le radici non significava restare fermi: significava farle bruciare di una luce nuova.
Tutto torna a quella voce. Nel 2019 Brittany Howard fa un disco da sola, «Jaime», e «Stay High» ne è il cuore caldo: una canzone sulla gioia più semplice, quella di tornare a casa dopo una lunga giornata di lavoro e sentirsi, per un attimo, leggeri e felici.
Il video è pura tenerezza: l'attore Terry Crews, nei panni di un operaio, esce dalla fabbrica e fa playback sulla canzone mentre sbriga le faccende della sera. È girato ad Athens, in Alabama — la cittadina di Brittany — e ospita un cameo di suo padre, a cui il brano è dedicato. La voce che aveva acceso la miccia del revival, ora libera di brillare per conto suo. Dal fuoco di «Hold On» alla luce calda di casa.
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