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Genova, città di porto e di carruggi — i vicoli stretti e ripidi che salgono dal mare — è da sempre la capitale italiana della canzone d'autore. Alla fine degli anni Cinquanta, un gruppo di amici che si ritrovava al Bar Igea, in Corso Torino, sognava di cambiare il mondo con le canzoni: tra loro Fabrizio De André, Gino Paoli, Luigi Tenco, Bruno Lauzi. È la leggendaria «scuola genovese», da cui è nato tutto.
Questo mixtape segue mezzo secolo di musica genovese: il patriarca De André, i padri fondatori della scuola genovese Bruno Lauzi e Gino Paoli, la scrittura altissima di Ivano Fossati, il pop futurista dei Matia Bazar, l'ironia di Francesco Baccini. Fino al colpo di scena finale: la generazione trap di oggi — Izi, Tedua, Bresh, il collettivo Wild Bandana — che canta gli stessi vicoli, lo stesso mare, la stessa malinconia, e considera apertamente De André il proprio padre artistico.
Nove canzoni, dal 1970 a oggi, per dimostrare una cosa sola: a Genova la canzone d'autore non è mai morta. Ha solo cambiato pelle — dalla chitarra di De André al rap dei ragazzi di Cogoleto, è sempre la stessa città di mare che canta sé stessa.
Tutto parte da lui. Fabrizio De André è il padre di tutto: il genovese che ha fatto della canzone una forma di poesia, dando voce agli ultimi — prostitute, ladri, vinti, emarginati. A Genova, nei vicoli e sul porto, ha imparato che la dignità non ha bisogno di pulizia, e l'ha cantata per tutta la vita.
«Il pescatore» è una delle sue parabole più belle e semplici: un vecchio che, senza fare domande, dà pane e vino a un assassino in fuga. La pietà come gesto naturale, senza prediche. È la pietra angolare della «scuola genovese» — quel gruppo di amici che, alla fine degli anni Cinquanta, sognava al Bar Igea di cambiare il mondo con le canzoni — e di tutto ciò che, da qui in poi, Genova canterà.
Bruno Lauzi è un altro dei padri fondatori della scuola genovese: cominciò a scrivere canzoni da ragazzo, sui banchi di scuola, insieme al compagno Luigi Tenco. Aveva un dono raro, l'ironia leggera, e nel 1974 portò al successo «Onda su onda», una canzone scritta per lui da Paolo Conte.
È la storia surreale e divertente di un naufrago che galleggia in mezzo al mare, tradito in amore, e si lascia cullare dalle onde con una rassegnazione quasi allegra. Sotto la melodia spensierata c'è il mare — sempre il mare — e quel sorriso malinconico che a Genova non manca mai. Lauzi prese i versi geniali di Conte e li rese leggeri come una boa che balla sull'acqua.
Genovese come De André, Ivano Fossati ne è forse l'erede più raffinato: un cesellatore di parole e di melodie, capace di una scrittura altissima. «La costruzione di un amore» la scrive nel 1978 per Mia Martini, durante la loro tormentata storia d'amore — e poi la canta anche lui.
È una metafora che lascia senza fiato: costruire un amore è come costruire una casa, con fatica, sudore, materiali che si consumano e mani che sanguinano — e alla fine, forse, vederlo crollare. «La costruzione di un amore spezza le vene delle mani»: una delle immagini più potenti della canzone italiana, scritta da un uomo che a Genova aveva imparato a non mentire mai sui sentimenti.
Il capolavoro, e il cuore stesso di Genova. Nel 1984 De André spiazza tutti: pubblica un disco cantato interamente in dialetto genovese, costruito con Mauro Pagani sugli strumenti e i suoni di tutto il Mediterraneo. «Crêuza de mä» — la mulattiera che dal mare risale tra i vicoli — racconta marinai, osterie, odori di porto e di sale, in una lingua che quasi nessuno, fuori da Genova, capiva.
Eppure è un disco rivoluzionario: inventa la «world music» prima ancora che il termine esistesse, e trasforma il ligure — una parlata di porto — in una lingua poetica e universale. Più genovese di così è impossibile, e proprio per questo parla a tutti. È la prova definitiva che le radici più locali, scavate fino in fondo, diventano patrimonio del mondo.
Genova sapeva essere anche modernissima. I Matia Bazar, dalla stessa città, avevano una carta che nessun altro aveva: la voce stratosferica di Antonella Ruggiero, capace di salire fino a vette quasi operistiche. «Ti sento» (1985) è pop elettronico d'avanguardia, un crescendo ipnotico e magnetico che conquistò tutta Europa.
È la prova che la canzone genovese non era solo chitarre acustiche e malinconia di porto: sapeva essere futurista, da classifica, da pista da ballo — senza mai perdere una sua eleganza nervosa e raffinata. La città dei cantautori sapeva guardare avanti, non solo indietro.
Gino Paoli è un altro dei padri della scuola genovese, l'uomo di «Il cielo in una stanza» e «Sapore di sale». Nel 1991, ormai maturo, scrive «Quattro amici»: «eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo». È il racconto malinconico di un gruppo di giovani che sognava in grande, e che il tempo ha lentamente disperso.
Paoli ha poi svelato chi erano davvero quei quattro — lui, due amici e l'architetto Renzo Piano — ma poco importa: la canzone parla a chiunque, da ragazzo al bar, abbia sognato di cambiare le cose. E l'eco con la scuola genovese, nata anch'essa tra pochi amici in un bar di Genova, è irresistibile: è la stessa città, lo stesso tavolino, lo stesso sogno testardo.
Negli anni Novanta la scuola continua, ma impara a ridere di sé. Francesco Baccini, genovese, porta un cantautorato più sbarazzino e ironico, fatto di personaggi buffi e ritratti affettuosi. «Sotto questo sole», cantata con i Ladri di Biciclette, è un tormentone estivo intelligente: leggero e malinconico nello stesso istante.
È quel modo tutto genovese di sorridere con un velo di tristezza negli occhi, di prendere la vita sul serio senza prendersi sul serio. Sotto la melodia spensierata c'è la solita, sottile inquietudine di mare. La canzone d'autore della città non è morta: ha solo messo gli occhiali da sole.
E c'è un colpo di scena: la canzone genovese non finisce con i cantautori, rinasce nel rap. Izi, classe 1993, viene da Cogoleto, alle porte di Genova, ed è tra i fondatori della Wild Bandana, il collettivo di ragazzi che a metà degli anni Dieci cambia la musica italiana. «Chic» (2015) è uno dei brani che lo lanciano.
Ma ascoltala bene: sotto il beat trap c'è una melodia dolente, una malinconia che non è cambiata di una virgola dai tempi di De André. I carruggi sono diventati periferia, la chitarra è diventata un campionatore, ma il sentimento è lo stesso — quello di una città di mare che canta la propria nostalgia. La scuola genovese ha solo cambiato pelle.
Tedua è il volto più celebre della nuova Genova: anche lui da Cogoleto, anche lui Wild Bandana. E non lo nasconde — dice apertamente che il suo padre artistico è Fabrizio De André. Due generazioni della canzone genovese si danno la mano, in modo quasi commovente.
«Step by Step», insieme all'amico Bresh, racconta la scalata di un gruppo di ragazzi di provincia che vogliono farcela restando sé stessi. È la stessa identica storia — la stessa amicizia, la stessa voglia di cambiare il mondo con le parole — che sessant'anni prima univa quattro ragazzi al Bar Igea di Genova: De André, Paoli, Tenco, Lauzi. La «scuola genovese» non è un capitolo chiuso del passato: è una staffetta che dura da mezzo secolo.
La dichiarazione d'amore più genovese di tutte. Bresh, anche lui della Wild Bandana, da Bogliasco, nel 2023 pubblica «Guasto d'amore»: sembra una canzone romantica, ma è in realtà un inno d'amore per il Genoa, la squadra di calcio della città — un amore testardo, sofferto, fedele, come solo i tifosi sanno.
Diventa cinque volte disco di platino, ed è girata nei vicoli del centro storico, gli stessi carruggi di De André. Dal porto del patriarca allo stadio di Bresh, cinquant'anni dopo è sempre la stessa cosa: una città di mare, malinconica e orgogliosa, che non smette mai di cantare sé stessa — i suoi vicoli, la sua nostalgia e i suoi amori testardi.
Hai appena ascoltato un mixtape curato dalla redazione di musicachepensa.it. Adesso tocca a te: componi il tuo e ne nascerà un libretto come questo — stampalo, regalalo, fallo girare. La cultura è il primo gesto di un incontro.