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All'inizio degli anni Novanta il rock americano era il grunge: capelli sugli occhi, camicie a quadri, disagio. La risposta inglese fu l'esatto opposto — chitarre luminose, abiti firmati, ironia e l'orgoglio di raccontare l'Inghilterra di tutti i giorni, coi suoi pub, i suoi quartieri e le sue piccole vite. La stampa la chiamò Britpop; il governo, furbo, ci mise il cappello e la ribattezzò «Cool Britannia».
Fu anche una grande sfida di campanile, montata ad arte dai giornali: Blur, i ragazzi d'arte del Sud, contro Oasis, i fratelli operai di Manchester — la settimana in cui pubblicarono un singolo lo stesso giorno fece notizia come una partita di calcio. Ma intorno al duello c'era molto di più: l'eleganza decadente dei Suede, la lotta di classe in chiave pop di Pulp, il nervo punk delle Elastica, l'allegria adolescenziale dei Supergrass.
Otto canzoni dal 1993 al 1997, dall'esplosione alla resa dei conti: si parte con la scintilla dei Suede e si finisce con la malinconia grandiosa del Verve, quando la festa è finita e resta solo il conto da pagare. Alza il volume — e che nessuno, almeno per ora, guardi indietro con rabbia.
Prima che si chiamasse Britpop, c'erano i Suede. Nel 1993, mentre l'America piangeva col grunge, Brett Anderson cantava un'Inghilterra notturna, sessualmente ambigua e decadente — e «Animal Nitrate» (il cui titolo gioca sul nome di una droga da discoteca, l'amyl nitrite) era il loro lampo più affilato: chitarre glam di Bernard Butler e un ritornello che ti prende per il collo.
Suede misero in copertina due persone che si baciano, senza che si capisca il sesso di nessuna delle due: una dichiarazione, nel Regno Unito di allora. Furono loro a riportare l'orgoglio e il glamour nel rock inglese, e ad aprire la porta a tutto il Britpop che venne dopo. La stagione cominciava qui.
Damon Albarn la scrisse guardando i ragazzi inglesi in vacanza a Maiorca: alcol a fiumi, sesso senza nome, tutti uguali. «Girls who are boys who like boys to be girls...»: un ritornello-scioglilingua sull'identità sessuale che si confonde in pista, cantato però su un ritmo dance gelido e irresistibile. Ironia pura, tipica di Blur.
È il pezzo che apre «Parklife», l'album che fece dei Blur la band-simbolo del Sud d'Inghilterra, colta e un po' snob. Una fotografia divertita e tagliente della loro epoca — e una delle canzoni da ballare più intelligenti del decennio.
Noel Gallagher ha raccontato di aver scritto «Live Forever» come risposta diretta al grunge: gli americani cantavano «I hate myself and I want to die», lui voleva l'opposto — «Maybe I don't really want to know how your garden grows, 'cause I just want to fly». Ottimismo operaio, scritto da un ragazzo di Manchester che lavorava in un cantiere.
È il momento in cui Oasis smettono di essere una promessa e diventano un fenomeno: l'arroganza, gli inni da stadio, la convinzione di essere la band più grande del mondo. Da qui in poi, per qualche anno, lo furono davvero. La metà nordista e proletaria del grande duello Britpop.
La storia vera di una ragazza ricca, conosciuta da Jarvis Cocker al college d'arte, che voleva «vivere come la gente comune» per gioco. Lui le risponde con la canzone più feroce del Britpop: puoi fingere di essere povero, ma quando ti annoi torni a casa tua e per te è sempre un gioco — «you'll never live like common people, you'll never do what common people do».
È lotta di classe travestita da inno dance, cantata con un crescendo che a Glastonbury fece esplodere un'intera generazione. Dopo vent'anni di oscurità, i Pulp diventarono enormi proprio con questa — la canzone che più di ogni altra racconta cos'era, davvero, l'Inghilterra di quegli anni.
Due minuti e venti, non uno di più. Le Elastica, guidate da Justine Frischmann (che dei Suede era stata co-fondatrice e compagna di Brett Anderson), prendono il nervo del punk del '77 e lo rendono affilato, moderno, urgente. Il riff di «Connection» era così simile a quello di un pezzo dei Wire da costargli poi una causa — ma l'energia è tutta loro.
In una scena spesso molto maschile, Elastica portarono una scrittura asciutta e tagliente, senza un grammo di grasso. «Connection» è la prova che nel Britpop non c'erano solo inni da stadio: c'era anche chi sapeva colpire e sparire in centoquaranta secondi.
Se il Britpop aveva un lato puramente felice, erano i Supergrass: tre ragazzi di Oxford poco più che ventenni, con un pianoforte saltellante e un ritornello che è l'inno della giovinezza spensierata. «We are young, we run green, keep our teeth nice and clean»: nessun messaggio, nessuna polemica, solo la gioia di avere vent'anni ed essere vivi.
Il video — la band che scorrazza in bici e su un grande letto a rotelle, nel villaggio-cartolina di Portmeirion — finì ovunque, complice anche il film «Clueless», che incluse il brano nella colonna sonora. È la canzone che ti ricorda che quella stagione, sotto le rivalità e l'ego, era soprattutto una grande festa. Spensieratezza pura, prima che arrivasse il conto.
L'inno definitivo da cantare a braccia alzate. Noel Gallagher la canta lui (non il fratello Liam), con quel pianoforte che cita «Imagine» di Lennon e una Sally di cui nessuno ha mai saputo davvero chi fosse. Non importa: «So Sally can wait» è la frase che da trent'anni decine di migliaia di persone urlano insieme, ai concerti e ovunque.
È diventata qualcosa di più di una canzone: dopo l'attentato di Manchester del 2017, la folla la intonò spontaneamente in strada, come gesto collettivo di resistenza. Poche canzoni pop hanno avuto questo destino — nascere come singalong da pub e finire per appartenere a un'intera città.
Il 1997: la festa è finita. Mentre Blur e Oasis cominciano a sgonfiarsi, i Verve di Richard Ashcroft chiudono l'epoca con questa marcia maestosa e dolente — un loop d'archi ipnotico, un uomo che cammina dritto per strada senza scansare nessuno, e una verità senza consolazione: «It's a bittersweet symphony, this life».
Una beffa amara la accompagna: per via di un campionamento di un brano dei Rolling Stones, per anni i Verve non videro un soldo dei diritti, che andarono a Jagger e Richards (solo nel 2019 Ashcroft li riottenne). La canzone che chiude la stagione racconta, anche fuori dal testo, che ogni euforia presenta il conto.
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