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Il reggae non è caduto dal cielo: è nato passo dopo passo, in pochi isolati di Kingston, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Settanta. Questo mixtape ne ripercorre la nascita in ordine cronologico — otto tappe per capire come da una piccola isola dei Caraibi sia uscito un ritmo che ha cambiato la musica di tutto il pianeta.
Si parte dallo ska: veloce, sfrenato, tutto fiati, suonato dalla leggendaria house band degli Skatalites. Poi — complice, si dice, un'estate troppo calda per ballare a quella velocità — il ritmo rallenta e diventa rocksteady, più dolce e sensuale. Infine, nel 1968, una canzone di Toots & the Maytals usa per la prima volta una parola nuova: «do the reggay». Il genere ha finalmente un nome.
Da lì è un'esplosione: Desmond Dekker porta la Giamaica in cima alle classifiche inglesi, Lee «Scratch» Perry trasforma lo studio in uno strumento, e il film «The Harder They Come» con Jimmy Cliff fa conoscere il reggae al mondo. Fino a Bob Marley, che proprio da qui spiccherà il volo. Otto canzoni, otto anni, una rivoluzione che si balla in levare.
Tutto comincia da qui, dai fiati. Gli Skatalites erano la formazione di jazzisti più forte della Giamaica — i musicisti che, negli studi di Kingston, suonavano su quasi tutti i dischi che contavano. «Guns of Navarone» prende il tema di un film di guerra e lo trasforma in pura euforia ska: ritmo in levare velocissimo, tromboni e sassofoni che si rincorrono, l'irresistibile voglia di ballare dell'isola appena diventata indipendente.
Lo ska è la radice di tutto: nasce alla fine degli anni Cinquanta mescolando il rhythm and blues americano captato via radio con i ritmi caraibici. È il nonno del reggae — più veloce, più nervoso, più solare. Da questa scarica di fiati partirà tutto il resto: basta solo rallentare.
Si racconta che l'estate del 1966 a Kingston fosse così rovente da rendere impossibile ballare ai ritmi frenetici dello ska. Vero o no, qualcosa cambiò: il tempo rallentò, il basso si fece più grosso e protagonista, e nacque il rocksteady. A dargli il nome fu proprio questa canzone di Alton Ellis — la voce più dolce della Giamaica, soprannominato «il padrino del rocksteady».
È la fase più sensuale e romantica della musica giamaicana: meno fiati, più anima, gruppi vocali che cantano d'amore. Dura poco — appena un paio d'anni — ma è il ponte decisivo: senza questo rallentamento, il reggae non sarebbe mai esistito. Qui si sente, già pronto, il battito in levare che diventerà la firma di un genere intero.
Probabilmente la conosci, ma non in questa versione. «The Tide Is High» la scrisse John Holt per i suoi Paragons nel 1967 — un gioiello di rocksteady, con un violino solitario e quelle armonie vocali morbide tipiche dell'epoca d'oro di Kingston. È la storia di un amore paziente: «sono come l'alta marea, non mollo mai».
Tredici anni dopo, nel 1980, i Blondie ne fecero un successo planetario (e nel 2002 ci riuscirono pure le Atomic Kitten), facendo dimenticare a quasi tutti che fosse nata reggae. È un piccolo promemoria di quanto la Giamaica abbia regalato al pop mondiale, spesso senza ricevere i giusti meriti: tante canzoni che crediamo «occidentali» hanno radici a Kingston.
Ecco il momento esatto in cui il genere prende il suo nome. Nel 1968 Toots Hibbert e i suoi Maytals incidono questa canzone e la chiamano «Do the Reggay» — la grafia è sgrammaticata, ma è la prima volta in assoluto che la parola «reggae» finisce su un disco. Da quel momento il nuovo ritmo, ancora più rallentato del rocksteady, avrà un'identità e un'etichetta.
Toots veniva dalla chiesa, e si sente: la sua voce ha la potenza e il calore del gospel e del soul americano, trapiantati ai Caraibi. Nessuno sa di preciso da dove venga la parola «reggae» (forse dal gergo di Kingston, «streggae», per le ragazze di strada). Ma poco importa: da qui in poi la musica della Giamaica ha un nome, ed è pronta a viaggiare.
È il brano che fa uscire il reggae dall'isola. Nel 1969 «Israelites» di Desmond Dekker diventa il primo disco prodotto in Giamaica a raggiungere il numero uno nelle classifiche inglesi — e a entrare nella top ten americana. Per milioni di persone fuori dai Caraibi, è il primo reggae che ascoltano in vita loro.
Sotto il ritmo ballabile c'è un testo durissimo: la fatica di un lavoratore povero che si alza all'alba, fatica come uno schiavo e non arriva a fine mese — «get up in the morning, slaving for bread». Dekker identifica i poveri della Giamaica con gli israeliti schiavi della Bibbia: un tema che, con il rastafarianesimo, diventerà centrale in tutto il reggae a venire. Persino il famoso ritornello, quasi incomprensibile, è parte del fascino.
Niente voce, solo un sassofono ruggente su un organo e un basso ipnotici: «Return of Django» è reggae strumentale, e nel 1969 scala fino al numero 5 in Inghilterra, dove i giovani skinhead (allora un movimento operaio multietnico, non ancora razzista) lo adottano come inno da pista. Ma il vero protagonista non si vede: è l'uomo dietro la console.
Gli Upsetters erano la band del leggendario Lee «Scratch» Perry, il produttore più folle e geniale di Kingston. Perry capì prima di tutti che lo studio di registrazione poteva essere uno strumento: eco, riverberi, basso enorme. Da questo modo di pensare il suono nascerà il dub, e Perry diventerà il mentore di Bob Marley. Qui il produttore smette di essere un tecnico e diventa un autore.
Nel 1972 esce «The Harder They Come», il primo film giamaicano: la storia di un ragazzo di campagna che arriva a Kingston per fare il cantante e finisce fuorilegge. Protagonista e voce della colonna sonora è Jimmy Cliff, e quel film — distribuito in tutto il mondo — è ciò che davvero fa conoscere il reggae fuori dalla Giamaica, ancora prima di Bob Marley.
La canzone è una sfida orgogliosa al destino e ai potenti: «più sono grossi, più rovinosa è la loro caduta; ma quello che è mio me lo prendo». Sotto la melodia solare c'è la rabbia dei poveri e la fierezza di chi non si piega. È il reggae che diventa, oltre che ritmo, una voce politica — e una bandiera per il mondo intero.
Nel 1973 i Wailers di Bob Marley pubblicano «Catch a Fire», il primo album reggae concepito per il mercato internazionale, e «Stir It Up» è la sua dichiarazione d'amore più morbida e sensuale: un groove lento e ipnotico che porta tutto quello che è venuto prima — lo ska, il rocksteady, lo studio di Lee Perry — al suo punto di massima eleganza.
Da questo disco Bob Marley diventerà il primo profeta globale del Terzo Mondo, l'uomo che porterà il reggae e il messaggio rastafariano su tutti i palchi del pianeta. Ma tutto era cominciato pochi anni e pochi isolati prima, con una house band di fiati a Kingston: nel giro di pochi anni era nato un genere che non si è più fermato.
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