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Negli anni 2010 succede qualcosa di sommesso ma preciso nella musica inglese: mentre le classifiche vivono di pop elettronico e grime, un gruppo di cantautrici e cantautori — spesso di origini miste, spesso con un piede nel jazz o nella classica — riporta il soul al centro, con dischi fatti in casa più che in studi costosi.
Parte da Lianne La Havas, chitarra e voce, nel 2012; passa per il neo-soul orchestrale di Laura Mvula, il falsetto spigoloso di NAO, il Mercury Prize di Sampha, i bedroom producer come Tom Misch; arriva fino al riserbo quasi monastico di Cleo Sol, dentro l'orbita del collettivo del produttore Inflo.
Undici brani, dal 2012 al 2020: la mappa di una scena che non ha mai avuto un nome ufficiale, ma che si riconosce benissimo ad ascoltarla.
Lianne La Havas cresce a Streatham, a sud di Londra, tra radici greche e giamaicane: prima di incidere il suo primo disco fa la corista per altri artisti nei locali della città, finché una manciata di session pubblicate online la fa notare.
«Is Your Love Big Enough?», il brano che dà il titolo al suo album d'esordio, è costruito quasi solo su chitarra acustica e voce: un soul-folk che le vale una candidatura al Mercury Prize e l'attenzione di Prince, che la invita a suonare nei suoi spettacoli.
Laura Mvula studia composizione al Birmingham Conservatoire e per anni fa la supplente di musica in una scuola, scrivendo canzoni nel tempo libero: i suoi demo, spediti quasi alla cieca ai pochi contatti che ha nell'ambiente, arrivano per caso nelle mani di un compositore che li gira al suo manager, aprendole le porte di un contratto discografico.
«Green Garden», secondo singolo estratto da «Sing to the Moon», il suo disco d'esordio, ne è uno dei momenti più riconoscibili: ottoni, archi e un coro di voci — tra cui la sua stessa, moltiplicata — costruiscono un neo-soul quasi orchestrale, lontano dai canoni consueti del genere.
NAO, nome d'arte di Neo Jessica Joshua, si forma come cantante jazz alla Guildhall School of Music di Londra e per anni fa la corista, prima di lanciarsi in proprio con un genere che battezza lei stessa «wonky funk»: un R&B spigoloso, sincopato, cantato in falsetto.
«Bad Blood», anticipazione del suo album d'esordio «For All We Know» (uscito nel 2016), ne è un manifesto perfetto: groove interrotto, voce acutissima, una produzione che sembra sempre sul punto di inciampare — e non lo fa mai.
Il brano apre «Love & Hate», il secondo disco di Michael Kiwanuka, con un lungo intro strumentale psichedelico prima che entri la voce: una scelta di produzione, insieme a Danger Mouse, più vicina al rock progressivo che al soul.
Diventa celebre l'anno dopo, nel 2017, quando la HBO lo sceglie come sigla della serie «Big Little Lies»: da lì il brano — e il suo autore — arrivano a un pubblico molto più vasto di quello che aveva ascoltato l'album.
Jorja Smith ha diciotto anni e nessun disco alle spalle quando pubblica «Blue Lights», il suo primo singolo importante: dentro c'è una citazione esplicita di «Sirens» di Dizzee Rascal, riletta in chiave soul.
Il testo parla del rapporto tra i ragazzi neri britannici e la polizia — le «luci blu» del titolo sono quelle delle volanti. Il brano la fa notare subito, e nel 2018 confluisce nel suo album d'esordio «Lost & Found».
Tom Misch inizia come producer da camera, pubblicando online i suoi «Beat Tape» strumentali: chitarra jazzata, campionamenti morbidi, un suono che anticipa quello che diventerà poi il lo-fi hip hop.
«Movie», anticipazione del suo primo album «Geography» (2018), aggiunge per la prima volta la sua voce a quel suono: soul, jazz e produzione da camera in un solo brano, diventato uno dei simboli della nuova scena strumentale londinese.
Sampha cresce a Morden, periferia sud di Londra, suonando il pianoforte verticale di famiglia: lo stesso strumento torna, anni dopo, al centro di questo brano. Prima di un disco tutto suo, presta voce e piano a Drake, Kanye West, SBTRKT e Solange.
«Process», il suo album d'esordio, nasce nel dolore per la morte della madre nel 2015 e per un problema di salute che lo aveva segnato negli anni precedenti, mai del tutto chiarito dai medici: «(No One Knows Me) Like the Piano» ne è la confessione più nuda, voce e pianoforte quasi soli. Vince il Mercury Prize 2017.
Mahalia firma il primo contratto discografico a tredici anni, con la Asylum/Atlantic: ci vogliono altri sei anni prima che il suo nome esca dal circuito degli addetti ai lavori.
«Sober» è il singolo che nel 2017 la fa conoscere al grande pubblico: un R&B diretto, quasi confessionale, sul rendersi conto — sobria, appunto — che una relazione è finita. Diventerà uno dei suoi brani più ascoltati anche dal vivo.
Celeste Waite, da Brighton, viene notata tramite BBC Introducing e messa sotto contratto prima da Lily Allen con la sua etichetta, poi dalla Polydor: la sua voce profonda e il suo fraseggio jazzato la fanno sembrare uscita da un'altra epoca.
«Strange» esce nel 2019, anticipazione del suo album d'esordio «Not Your Muse»: pochi mesi dopo Celeste vince il sondaggio BBC Sound of 2020 e il BRIT Award come rivelazione dell'anno, coronando l'ultima ondata di questa scena.
Cleo Sol è una delle voci del giro di artisti riuniti intorno al produttore Inflo — lo stesso dietro il collettivo anonimo SAULT — ma porta avanti anche una carriera solista, tenuta volutamente fuori dai riflettori: pochissime interviste, quasi nessuna apparizione dal vivo.
«Rose in the Dark» dà il titolo al suo primo album da solista, uscito nel 2020: un neo-soul sommesso, quasi sussurrato, che chiude il decennio riportando il genere a una dimensione intima e spirituale.
Otto anni dopo l'esordio, Lianne La Havas pubblica il suo terzo disco, omonimo: il più maturo, nato dalla fine di una relazione lunga e dalla voglia di raccontarla senza rancore.
«Bittersweet» ne condensa il titolo in una parola sola — agrodolce — accompagnata da una chitarra tornata più essenziale, più adulta rispetto agli esordi. Chiude il cerchio di una scena che con lei, otto anni prima, era cominciata.
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