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Bristol, città di porto nell'ovest dell'Inghilterra, fine anni Ottanta. Dai suoi sound system multietnici — su tutti il Wild Bunch — nasce un modo nuovo di fare musica: lento, pesante, nebbioso, figlio del reggae e del dub da una parte e dell'hip-hop dall'altra. All'inizio lo chiamano semplicemente «Bristol Sound»; poi il mondo lo chiamerà trip-hop.
La ricetta è quasi un controsenso: rallentare il battito fino a farlo sembrare un cuore stanco, affogarlo nel basso e negli echi del dub, e posarci sopra una voce malinconica e qualche frammento di vecchio soul. Smith & Mighty gettano le fondamenta; dal Wild Bunch escono i Massive Attack, poi i Portishead e Tricky — una trinità che porta Bristol in cima alle classifiche dei migliori dischi del decennio. E c'è chi, come Roni Size, prende lo stesso umore e lo fa correre nel drum & bass.
Questo mixtape raccoglie nove notti di quel suono notturno e cinematografico, dalle radici del 1988 al capolavoro del 1998: l'invenzione di una città che ha insegnato al pop a rallentare e a sentire.
Tutto comincia da qui, prima ancora che il genere avesse un nome. Rob Smith e Ray Mighty prendono «Walk On By», la dolce canzone di Burt Bacharach resa celebre da Dionne Warwick, e la stravolgono: rallentano il battito, lo affogano in un basso enorme e in echi dub, e ci colano sopra la nebbia di Bristol. È il 1988, e quel ritmo lento e pesante è il primo mattone del «Bristol Sound».
Smith & Mighty sono i padri nascosti di tutta questa storia: prenderanno per mano i primissimi Massive Attack e produrranno i loro esordi. La loro idea è semplice e rivoluzionaria — sposare il soul sofisticato con la pigrizia dell'hip-hop e il peso del reggae — ed è la formula da cui, di lì a poco, nascerà il trip-hop. Senza questo rallentamento, niente di ciò che segue sarebbe esistito.
Per capire Bristol bisogna passare dal Wild Bunch, il sound system multietnico da cui sarebbero usciti i Massive Attack. E nessuno era più dentro a quel giro di Neneh Cherry: cresciuta nel post-punk dei Rip Rig + Panic, amica e complice di quei ragazzi, perfino organizzatrice di un loro tour in Giappone. «Buffalo Stance» è del 1988, e nel ritornello cita proprio loro: «looking good, hanging with the Wild Bunch».
È pop, è hip-hop, è street, ed è cantato da una donna fiera e sfrontata: un proto-trip-hop pieno di attitudine, due anni prima che il genere esplodesse. La mettiamo qui perché è il cordone ombelicale della scena — il momento in cui l'energia del Wild Bunch entra nelle classifiche di tutto il mondo e annuncia che da Bristol sta per arrivare qualcosa di nuovo.
È il big bang. Dal Wild Bunch nascono i Massive Attack, e nel 1991 pubblicano «Blue Lines», il disco che fa diventare il «Bristol Sound» un capolavoro. «Unfinished Sympathy» ne è il vertice: la voce soul, immensa, di Shara Nelson che si libra su un breakbeat lento e su un arrangiamento d'archi da brivido. Non è hip-hop, non è soul, non è dance — è tutto questo insieme, rallentato e reso cinematografico.
Il video è entrato nella leggenda: un unico piano sequenza con Shara Nelson che cammina per una strada di Los Angeles mentre il mondo le scorre intorno, indifferente. È il momento in cui la nebbia di Bristol diventa emozione universale. Da qui in poi, per tutto il decennio, mezzo mondo proverà a copiare quel battito lento e malinconico.
Se i Massive Attack avevano inventato il suono, i Portishead lo trasformano in un piccolo film noir. «Sour Times» è fatta di una chitarra da spy-movie, del fruscìo di un vecchio vinile e soprattutto della voce ferita e tremante di Beth Gibbons, che ripete «nobody loves me, it's true». È musica per una mezzanotte fumosa e dal cuore spezzato.
Il brano è tratto da «Dummy», l'album che nel 1995 vince il Mercury Prize e consacra la parola «trip-hop» — un'etichetta che la band ha sempre odiato. Eppure è proprio questo disco a fissare l'immaginario del genere: l'eleganza decadente, il bianco e nero, la malinconia da vecchio film. Bristol non era più una promessa: era una capitale.
Tricky aveva rappato sui dischi dei Massive Attack — la sua voce è in «Blue Lines» — ma si sentiva stretto in quel ruolo, e decise di andare da solo. «Aftermath» è il suo primo passo fuori dal gruppo: un brano fumoso, sospeso, quasi malato, su cui sussurra insieme alla voce eterea di una ragazza sconosciuta, Martina Topley-Bird, che diventerà la musa di tutta la sua opera.
È l'angolo più buio e perturbante del suono di Bristol. Dove i Portishead facevano cinema elegante, Tricky scende negli incubi: paranoia, fumo, sessualità, identità che si confondono (spesso è una donna a cantare le sue parole). Da questo singolo nascerà «Maxinquaye», uno dei dischi più visionari del decennio, e Tricky verrà salutato come il Bowie degli anni Novanta.
Stesso stato d'animo, tutto un altro mondo. A metà anni Novanta, da Bristol, i Portishead inventano il trip-hop: un blues notturno fatto di vecchi vinili campionati, scratch e batterie lente come un battito cardiaco. Su tutto, la voce di Beth Gibbons — ferita, sensuale, sull'orlo del pianto: «give me a reason to love you», dammi un motivo per amarti.
«Glory Box» costruisce sull'eredità di tutte le torch song del passato, ma la trascina nel buio elettronico di fine secolo. È fumo, desiderio e disperazione in cinque minuti — la stessa solitudine di Sinatra e Billie Holiday, raccontata però con un giradischi e un sintetizzatore. La notte, ormai, è fonda.
Il colpo di genio di «Maxinquaye». «Black Steel» è una cover di «Black Steel in the Hour of Chaos» dei Public Enemy — un furioso inno hip-hop del 1988 contro la leva militare, la storia di un nero che rifiuta di andare a combattere per un'America che lo opprime. Tricky lo prende e lo ribalta due volte.
Primo: lo trasforma in un pezzo di chitarre distorte, quasi heavy metal, lontanissimo dall'originale. Secondo, e più spiazzante: fa cantare quelle parole di rabbia maschile e nera a Martina Topley-Bird, una voce di donna. Il risultato è un cortocircuito di genere e di generi, fragile e potente insieme. È il trip-hop come arte del prendere qualcosa e renderlo irriconoscibilmente proprio.
Ma Bristol non sapeva solo rallentare: sapeva anche correre. Mentre Massive Attack, Portishead e Tricky scendevano sotto i sessanta battiti al minuto, Roni Size e il suo collettivo Reprazent prendevano la stessa anima notturna e la lanciavano a tutta velocità nel drum & bass: batterie frenetiche, e sotto un contrabbasso jazz, suonato dal vivo, che cammina ipnotico.
«Brown Paper Bag» è il loro biglietto da visita, e nel 1997 «New Forms» vince il Mercury Prize battendo perfino le Spice Girls e i Primal Scream. È la prova che il «suono di Bristol» non era un solo tempo o un solo umore, ma una città intera che reinventava la musica elettronica — lenta o velocissima, ma sempre con quel groove scuro e fumoso nelle vene.
Dove finisce la notte. Anche i Massive Attack vengono da Bristol, ed erano stati loro, qualche anno prima, ad aprire la strada al trip-hop. «Teardrop» è il loro brano più amato: un battito ovattato che ricorda quello di un cuore — al punto che il celebre video mostra un feto che canta nel grembo materno — un clavicembalo ipnotico e la voce eterea di Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins, che ne ha scritto anche il testo.
«Una lacrima sul fuoco»: è dolce e cupa insieme, sospesa, senza tempo — la canzone perfetta per le ultime ore prima dell'alba, quando la stanchezza diventa una specie di pace. Mezzo secolo dopo Sinatra, con strumenti che lui non avrebbe nemmeno immaginato, si arriva esattamente allo stesso posto: il silenzio della notte, e una bellezza che fa un po' male.
Hai appena ascoltato un mixtape curato dalla redazione di musicachepensa.it. Adesso tocca a te: componi il tuo e ne nascerà un libretto come questo — stampalo, regalalo, fallo girare. La cultura è il primo gesto di un incontro.