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Nessun mezzo di trasporto ha ispirato tante canzoni quanto il treno. Il motivo sta nel ritmo: il rumore delle ruote sulle giunzioni delle rotaie è già una batteria. Il blues lo ha imitato fin dall'inizio, e da lì è passato al rock'n'roll, al soul, al metal, all'elettronica.
Ma il treno è soprattutto un'immagine, e cambia significato a seconda di chi la usa. Per i detenuti è la luce della libertà che passa oltre le sbarre; negli anni '60 diventa un ballo da fare in fila; per Ozzy Osbourne è il mondo uscito dai binari; per i Chemical Brothers un paesaggio che scorre a tempo di musica; per Springsteen un convoglio su cui può salire chiunque, senza biglietto.
Dodici canzoni per settant'anni di binari, una per ogni tappa: dallo swing di Duke Ellington nel 1941 fino al 2012, attraversando ogni decennio. Chi parte, chi resta, chi corre senza riuscire a fermarsi.
Il treno di questo brano è la metropolitana di New York: la linea A, quella che porta ad Harlem. Il pezzo lo scrisse Billy Strayhorn, giovane collaboratore di Duke Ellington, seguendo alla lettera le indicazioni stradali che Ellington gli aveva dato per raggiungerlo a casa.
Diventò la sigla dell'orchestra per il resto della carriera. Sotto l'eleganza dello swing c'è una mappa affettiva di una città: il treno come mezzo quotidiano per andare dove la musica succede.
Memphis, studi della Sun Records. Elvis Presley ha vent'anni e riprende un blues di Junior Parker: un treno lungo sedici vagoni che si porta via la donna amata — e che, giura lui alla fine, non se la porterà più.
In due minuti e mezzo si sente nascere il rock'n'roll: il ritmo del blues nero suonato con la leggerezza del country bianco, e una risata finale lasciata sul nastro. Il treno, nel blues, è sempre stato questo — quello che ti porta via e quello che non torna.
Eva Boyd aveva diciannove anni e faceva la baby sitter in casa di Carole King e Gerry Goffin. La canzone era destinata a un'altra cantante, che la rifiutò: rimase la voce del provino, quella della baby sitter — e arrivò prima in classifica in America.
Il treno qui diventa un ballo: si mette una mano sulla spalla di chi ti sta davanti e si parte, come una locomotiva. Poche canzoni hanno un ritornello altrettanto contagioso: nei decenni successivi lo riporteranno in classifica prima i Grand Funk Railroad e poi Kylie Minogue.
È un canto di prigionia che gira per l'America da prima che qualcuno lo mettesse su disco: fra i detenuti si diceva che se la luce del treno di mezzanotte ti illuminava attraverso le sbarre, saresti stato il prossimo a uscire.
I Creedence lo trasformano in rock'n'roll ruvido e cavalcante, con la voce di John Fogerty che sembra venire da un secolo prima. Il treno come luce della libertà — vista da chi la libertà non ce l'ha.
Il treno torna a essere una promessa collettiva. Cat Stevens la scrive nel 1971, in piena guerra del Vietnam: un convoglio che attraversa il mondo e su cui, canzone dopo canzone, salgono tutti — «vieni, sali sul treno della pace».
L'ottimismo qui è una scelta politica, non un'ingenuità. È la stessa idea del treno-salvezza del gospel, tradotta nel linguaggio dei cantautori e di una generazione che voleva fermare una guerra.
Per tre anni è stata soltanto una jam senza parole che i Doobie Brothers tiravano fuori nei locali. Tom Johnston la considerava «un pezzo da bar senza grandi meriti»; fu il produttore Ted Templeman a insistere, con un'indicazione secca: «scrivici sopra qualcosa su un treno».
Quella chitarra sincopata e l'armonica sono diventate uno dei groove più trascinanti del rock americano. Il treno, qui, è soprattutto una cosa che non si ferma mai — «senza amore, dove saresti adesso?».
Qui il treno non è un mezzo, è un ritmo e uno stato d'animo: «stand by me», resta con me, ripete Mick Jones a chi se n'è andato — la parola «treno», nel testo, non compare mai. I Clash chiudono «London Calling» con una canzone d'amore finito, l'ultima cosa che ci si aspetterebbe dalla band più politica del punk.
Fu aggiunta all'ultimo momento, quando le copertine erano già stampate: il titolo finisce solo inciso nel solco del vinile. Diventò il loro primo successo negli Stati Uniti — il pezzo più tenero e più radiofonico che avessero mai scritto.
Cacciato dai Black Sabbath, Ozzy Osbourne riparte da zero e trova un chitarrista di ventidue anni, Randy Rhoads. Il riff che Rhoads scrive per questa canzone è uno dei più riconoscibili di tutto il rock.
Il treno impazzito è il mondo visto nel pieno della guerra fredda: «stiamo andando fuori dai binari». Rhoads morì in un incidente aereo un anno e mezzo dopo l'uscita del disco, a venticinque anni.
Brooklyn, di notte. Un uomo guarda le ragazze che scendono dal treno di periferia e ne aspetta una in particolare, sapendo che non si accorgerà mai di lui. Tom Waits la canta con la sua voce di ghiaia e una tenerezza inaspettata.
Rod Stewart ne farà un successo mondiale, ma è questa versione a contenere tutto il romanticismo sporco della città: il treno urbano come luogo di desideri mancati, l'ultima fermata di questo viaggio.
Dave Pirner la scrisse in un periodo di depressione: il treno in corsa senza freni è la sensazione di non riuscire a fermare la propria vita. Un ritornello che negli anni '90 sapevano cantare tutti.
Il video, però, ha fatto molto di più: mostrava le foto di ragazzi scomparsi, cambiate a seconda del paese in cui veniva trasmesso. Dei trentasei ragazzi mostrati nelle versioni americane, ventuno furono ritrovati.
Il treno elettronico. I Chemical Brothers costruiscono un pezzo che pulsa a velocità costante, con un campionamento di chitarra che entra e esce come un paesaggio dal finestrino.
Il video di Michel Gondry è la cosa più bella: riprese vere fatte in vacanza su un treno francese, e poi mesi di lavoro per moltiplicare al computer piloni, case e stazioni finché ogni elemento del paesaggio non arriva esattamente a tempo con la musica. Bisogna guardarlo due volte per accorgersene.
Springsteen la suonava dal vivo da più di dieci anni prima di inciderla. «Questo treno porta santi e peccatori, perdenti e vincitori, puttane e giocatori d'azzardo, anime perdute»: non serve il biglietto, ci sta dentro chiunque.
Dentro c'è, dichiarata, la lezione di «People Get Ready» di Curtis Mayfield: il treno della salvezza del gospel, riportato in un disco del 2012 sulla crisi economica americana. Il capolinea di questo viaggio, e il più accogliente.
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