Stai per creare il PDF. Nella finestra di stampa scegli “Salva come PDF”. Scegli prima il formato:
C'è una firma nascosta dietro alcune delle canzoni più belle di Renato Zero: quella di Franca Evangelisti. Paroliera della RCA, per quasi vent'anni — dalla metà degli anni Settanta — è stata la penna di Renato, l'autrice dei testi che lui trasformava in teatro. Insieme, spesso con le musiche di Piero Pintucci, hanno raccontato un'Italia di ultimi, di reietti, di anime fragili e fiere.
Lei scriveva le parole, lui le incarnava. Le «madame», i «sogni di latta», gli «amici» a cui tendere la mano: erano i personaggi di Franca, che Renato faceva vivere sul palco con la sua teatralità sfrontata e commovente. Un sodalizio artistico tra i più fecondi della canzone italiana, e troppo spesso dimenticato.
Dodici canzoni per riascoltare quelle parole — le parole di Franca — nella voce di chi le ha rese immortali.
Il primo grande successo, e l'inizio di tutto. «Madame» nasce dall'incontro tra Renato Zero, il compositore Piero Pintucci e la paroliera Franca Evangelisti: la formula che per anni avrebbe firmato i capolavori. Un valzer decadente per una maîtresse, cantato con tenerezza e ironia.
È il 1976, e l'Italia scopre un artista che sa essere teatro e verità insieme. Le parole di Franca danno a Renato i personaggi degli ultimi, dei reietti, delle «madame»: gente che nessun altro cantava.
Da «Zerofobia», uno degli inni più intensi del repertorio. «Vivo» è un grido di esistenza, di chi rivendica il diritto a esserci nonostante tutto. La penna di Franca Evangelisti trova qui una delle sue vette: poche parole, ma che pesano come pietre.
È la voce di chi è stato messo ai margini e risponde semplicemente: io vivo. Renato la canta come una preghiera laica, e diventa una bandiera per chi si sente diverso.
«La favola mia» è il racconto, in musica, di una vita fuori dagli schemi: la favola di chi non ha avuto un'infanzia da favola. Franca Evangelisti cuce addosso a Renato la sua autobiografia poetica, fatta di sogni, ferite e riscatto.
È uno di quei brani in cui il sodalizio tocca il cuore: lei scrive, lui interpreta, e il confine tra autrice e cantante scompare. Resta solo la verità di una storia.
Sogni di latta: sogni poveri, fragili, di chi non può permettersi di più ma continua comunque a sognare. Una delle immagini più belle nate dalla penna di Franca Evangelisti, che sapeva trasformare la miseria in poesia.
Da «Zerolandia», il disco-circo di Renato, è un momento di malinconia in mezzo alla festa: la tenerezza per chi ha poco, ma quel poco lo custodisce come un tesoro.
Provocazione pura. «Sesso o esse» gioca con l'ambiguità, con i tabù, con l'ironia tagliente che era il marchio del sodalizio. Franca Evangelisti scrive testi che nessun altro avrebbe osato, e Renato li porta in scena con la sua teatralità sfrontata.
È il 1978, e parlare così apertamente di sesso e identità era quasi uno scandalo. Eppure è anche un inno alla libertà di essere ciò che si è, senza vergogna.
«Baratto»: l'amore ridotto a scambio, a merce, a compromesso. Franca Evangelisti mette in versi il disincanto dei rapporti, con quella lucidità amara che attraversa tante sue canzoni. Renato la canta con rabbia e dolore.
È il lato più adulto e disilluso del sodalizio: non più solo provocazione, ma la consapevolezza che anche i sentimenti, a volte, si comprano e si vendono.
Uno dei brani più amati di Renato Zero, e una delle dichiarazioni d'amicizia più sincere della canzone italiana. «Amico» è una mano tesa, un «ci sono» detto a chi sta affondando. Le parole sono di Franca Evangelisti, e si sente: c'è una tenerezza che solo lei sapeva dare.
È diventato un inno per i «sorcini», i fan di Renato, ma parla a chiunque abbia avuto bisogno di qualcuno. Il sodalizio, qui, regala consolazione pura.
«Niente trucco stasera»: stasera, per una volta, via le maschere. È un invito a togliersi il belletto e mostrarsi per come si è — paradossale per un artista del travestimento come Renato Zero. Testo di Franca Evangelisti.
Dietro la provocazione c'è il cuore del personaggio Zero: il trucco come corazza, e il desiderio, ogni tanto, di poterne fare a meno. Franca lo aveva capito prima di tutti.
«Santa Giovanna» è uno dei ritratti più intensi nati dalla penna di Franca Evangelisti: una figura femminile sospesa tra il sacro e il sacrificio. Renato le presta la voce con un trasporto quasi teatrale.
Il sodalizio amava le donne forti e ferite, le sante laiche, le eroine degli ultimi. Qui ne nasce una delle più memorabili.
Il jolly: la carta che vale tutto e niente, quella che cambia ad ogni mano. Franca Evangelisti la usa come metafora di chi nella vita è costretto a reinventarsi sempre, a non avere un posto fisso, a essere buono per ogni ruolo.
Da «Artide Antartide», doppio album ambizioso, è una riflessione amara e ironica sull'identità — tema centrale di tutto il mondo di Renato Zero.
«Per carità»: un'espressione che è insieme preghiera e rifiuto. Franca Evangelisti gioca con il doppio senso, tra la pietà che si chiede e quella che si nega. Uno dei testi più sottili del sodalizio.
Renato la interpreta con la consueta intensità, trasformando una frase di tutti i giorni in un piccolo dramma cantato.
Una delle pagine più poetiche: «Casal de' Pazzi», il quartiere romano, raccontato con un testo che attinge alle suggestioni di Pier Paolo Pasolini. È la Roma delle periferie, degli ultimi, che Renato e Franca avevano sempre cantato.
È anche il segno di quanto a lungo sia durato il loro sodalizio. Le parole di Franca danno a Renato l'ultima delle sue storie di borgata, e tutto torna lì dove era cominciato: tra la gente.
Hai appena ascoltato un mixtape curato dalla redazione di musicachepensa.it. Adesso tocca a te: componi il tuo e ne nascerà un libretto come questo — stampalo, regalalo, fallo girare. La cultura è il primo gesto di un incontro.