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Eunice Kathleen Waymon sognava di diventare la prima grande pianista classica nera d'America. Quel sogno le fu negato — respinta, si dice per il colore della pelle, dal conservatorio di Filadelfia. Per vivere si mise a suonare nei locali, e per nasconderlo alla madre, una predicatrice, si inventò un nome: Nina Simone. La musica classica le restò dentro per sempre, nel pianismo nitido e nelle architetture dei suoi brani.
Negli anni Sessanta, sull'onda della lotta per i diritti civili e dell'amicizia con la scrittrice Lorraine Hansberry, Nina diventò qualcosa di più di una musicista: una voce. «Mississippi Goddam», «Four Women», «To Be Young, Gifted and Black» le costarono carriera e radio, ma fecero di lei la coscienza in musica di un popolo. Pagò un prezzo altissimo per essere stata, prima di tutti, libera e fiera.
Questo solco la racconta in dieci canzoni: dal sorriso swingante del 1958 agli inni di orgoglio e rabbia di fine anni Sessanta, passando per la trance di «Sinnerman» e la rinascita di «Feeling Good». Non solo una grande voce — una donna che fece della musica un'arma di dignità.
Prima di essere la «sacerdotessa del soul» e la voce dei diritti civili, Eunice Waymon era una bambina prodigio che sognava di diventare la prima grande concertista nera di musica classica. Quel sogno le fu negato — rifiutata, si dice per il colore della pelle, dal Curtis Institute di Filadelfia. Per vivere cominciò a suonare nei bar di Atlantic City, e per non far sapere alla madre, donna religiosissima, che suonava musica «del diavolo», si inventò un nome d'arte: Nina Simone.
«My Baby Just Cares for Me», dal suo primo disco del 1958, è un gioiello swingante e spiritoso, con quel pianismo nitido e classicheggiante che resterà la sua firma. Trent'anni dopo, nel 1987, una pubblicità di profumi e poi un celebre video in plastilina la trasformarono in un successo planetario inatteso. È il sorriso prima della battaglia: la Nina più leggera, prima che il mondo — e la rabbia — la cambiassero per sempre.
Fu questo il brano che la rese famosa: «I Loves You Porgy», tratto dall'opera «Porgy and Bess» di Gershwin, divenne nel 1959 il suo unico vero singolo di successo nella Top 20 americana. È il canto di una donna che implora l'uomo amato di proteggerla da chi la vuole riportare a una vita di abusi — un tema che, in bocca a Nina, suonava già come qualcosa di più grande del semplice amore.
Qui si sente tutto: la formazione classica, il fraseggio pianistico da concertista, e una capacità rara di trattenere il sentimento fino a renderlo insopportabile. Nina non «interpretava» le canzoni: le abitava. In questa, la fragilità e la forza convivono nello stesso respiro, e si capisce subito di trovarsi davanti a una musicista come non se n'erano mai sentite.
Il punto di svolta. Nel 1963 due fatti scuotono Nina Simone: l'assassinio dell'attivista Medgar Evers in Mississippi e l'attentato di Birmingham, in Alabama, dove una bomba del Ku Klux Klan in una chiesa uccise quattro bambine nere. Nina pensò di costruire una pistola; poi, in un'ora, scrisse questa canzone — la sua prima, esplicita presa di posizione.
«Mississippi Goddam» è feroce e geniale: un ritmo da show-tune di Broadway, allegro e saltellante, su cui canta la rabbia di un popolo a cui si chiede da sempre di andare «adagio, con calma». «Mi dicono di andare piano… ma è solo un altro modo per dire mai», grida. La canzone fu bandita da molte radio del Sud — qualcuno rispediva i dischi spezzati in due. Da quel momento Nina Simone non fu più solo una musicista: fu una voce del movimento per i diritti civili. E ne pagò il prezzo.
Pochi lo sanno, ma «Don't Let Me Be Misunderstood» è nata qui, da Nina Simone, nel 1964. È la supplica di chi è in buona fede ma sbaglia comunque, e chiede solo di non essere giudicato male: «Sono solo un'anima le cui intenzioni sono buone — oh Signore, ti prego, non lasciare che mi fraintendano».
Pochi mesi dopo gli Animals di Eric Burdon ne fecero una hit rock mondiale, e da allora l'hanno ripresa in decine — dai Santa Esmeralda in versione disco fino al cinema di Tarantino. Ma l'originale di Nina ha una gravità diversa: in un'epoca in cui lei e la sua gente venivano «fraintesi» ogni giorno, quella richiesta di comprensione suonava come qualcosa di molto più profondo di una canzone d'amore. Una chicca che quasi tutti conoscono senza sapere da dove venga.
Quell'attacco — la voce sola, nuda, «Birds flying high, you know how I feel» — è uno dei momenti più riconoscibili della musica del Novecento. «Feeling Good» nasce da un musical inglese, ma Nina Simone la trasforma in un inno alla rinascita, all'aria nuova, alla libertà: e quando entrano gli ottoni, dopo la lunga apertura a cappella, è come se sorgesse il sole.
Cantata da una donna nera nel 1965, nel pieno della lotta per i diritti civili, «è una nuova alba, è un nuovo giorno, è una nuova vita per me — e mi sento bene» assume un peso che va molto oltre la canzone. È diventata uno standard ripreso da tutti, ma nessuna versione ha la solennità ferita e fiera di questa. Una delle sue vette assolute.
Era una canzone di Screamin' Jay Hawkins, urlata e grottesca; Nina Simone la trasforma in qualcosa di completamente diverso — un'ossessione amorosa solenne, quasi liturgica, sostenuta da archi drammatici e da quella voce che sta a metà tra la diva e la sacerdotessa. «Ti ho lanciato un incantesimo, perché sei mia»: non è dolce, è possessivo, febbrile.
È la canzone dell'ora in cui non riesci a smettere di pensare a qualcuno. Nina Simone — pianista classica mancata, attivista, anima inquieta — ci mette dentro tutta la sua intensità ingovernabile. Dopo il dolore trattenuto di Billie, qui la notte si fa più calda e più inquieta: l'amore come incantesimo da cui non ci si libera.
Oltre dieci minuti di trance ipnotica. «Sinnerman» è uno spiritual afroamericano antico, che Nina aveva imparato da bambina nelle chiese del Sud, dove sua madre era predicatrice. Racconta del peccatore che, nel giorno del Giudizio, corre a cercare riparo — dalla roccia, dal fiume, dal mare — e non lo trova da nessuna parte.
La sua versione, registrata dal vivo in studio, è una cavalcata pianistica incalzante, fatta di ripetizione e crescendo, battiti di mani e botta-e-risposta con la band, fino a un parossismo quasi religioso. È insieme jazz, gospel, blues e qualcosa di primordiale. Tarantino, Spike Lee e decine di altri l'hanno usata al cinema, ma sentirla intera è un'esperienza diversa: è la corsa disperata di chi cerca salvezza e scopre che non c'è dove nascondersi. Una chicca lunga e travolgente, il cuore selvaggio di questo solco.
Quattro donne, quattro vite, quattro ritratti scolpiti dalla voce. In «Four Women» Nina Simone dà parola ad altrettante figure di donne nere d'America e ai loro destini segnati dal razzismo: Aunt Sarah, la cui schiena è forte abbastanza da reggere il dolore; Saffronia, figlia di uno stupro, sospesa tra due mondi; Sweet Thing, costretta a vendere il proprio corpo; e Peaches, la cui eredità di sofferenza si è trasformata in rabbia.
È una canzone-saggio sulla storia della schiavitù e delle sue conseguenze, costruita come una progressione che esplode nell'ultimo nome, gridato con furia. Anche questa fu bandita da diverse radio, accusata di essere «offensiva» — quando invece dava semplicemente dignità e voce a chi non l'aveva mai avuta. Una delle cose più potenti e politiche che Nina abbia mai scritto: la prova che una canzone può essere un atto di giustizia.
"Vorrei sapere come ci si sente a essere liberi": il titolo è già tutto. Nina Simone prende una canzone di Billy Taylor e la trasforma in un inno del movimento per i diritti civili, cantato con quella voce che sa essere tenera e furiosa nello stesso respiro.
Qui la pace cambia forma: non è quiete, è desiderio. Non si può chiedere a un popolo oppresso di "stare in pace" se prima non gli si dà la libertà. È il ponte necessario del nostro viaggio — dalla pace come silenzio alla pace come diritto.
Nel 1965 Nina aveva stretto una profonda amicizia con Lorraine Hansberry, scrittrice e attivista, autrice del dramma «A Raisin in the Sun». Fu lei, più di chiunque altro, a farle prendere coscienza politica. Quando Lorraine morì di cancro a soli 34 anni, Nina volle onorarla con una canzone che prendeva il titolo da una sua frase: «essere giovani, di talento e neri».
Scritta insieme a Weldon Irvine, «To Be Young, Gifted and Black» è un inno di orgoglio e speranza pensato per i ragazzi neri d'America: «c'è un mondo che ti aspetta, tuo è il premio». In un'epoca in cui la parola «black» veniva usata per umiliare, Nina la trasformò in motivo d'orgoglio. Divenne un canto del movimento, ripreso da Aretha Franklin e da molti altri. È il lascito di Nina: dalla bambina a cui fu negato un sogno, alla donna che insegnò a un'intera generazione che essere ciò che si è può essere la più grande delle ricchezze.
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