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Paul Simon avrebbe potuto passare la vita come metà dei Simon & Garfunkel, uno dei duo più amati di sempre, quello di «The Sound of Silence» e «Bridge Over Troubled Water». Invece, nel 1970, all'apice del successo, sciolse tutto per andare da solo — e cominciò un viaggio inquieto che non si è più fermato.
La sua carriera solista è la storia di un autore che è andato a bere a tutte le sorgenti musicali del pianeta: il reggae in Giamaica, il gospel, i township del Sudafrica con «Graceland», i tamburi del Brasile. Ogni volta riscrivendo la propria lingua, senza mai accomodarsi. E un cesellatore di parole come pochi: preciso, ironico, malinconico, capace di trasformare un dettaglio quotidiano — un menù cinese, un cartellone pubblicitario — in poesia.
Questo solco ripercorre cinquantun anni in dieci canzoni: non solo i successi da radio, ma soprattutto le gemme nascoste che rivelano il vero cammino — dal reggae del 1972 alle preghiere del 2023. Il ritratto di un artista che ha dimostrato una cosa semplice: per restare giovani bisogna avere il coraggio di tornare sempre principianti.
Sciolti i Simon & Garfunkel, Paul Simon riparte da solo — e lo fa nel modo più spiazzante. Per il suo primo singolo prende un aereo per Kingston, in Giamaica, e registra con i musicisti reggae che suonavano per Jimmy Cliff: è uno dei primissimi casi in cui una star del pop occidentale va a bere alla fonte del reggae, anni prima che diventasse un fenomeno mondiale. Il suo programma per i decenni a venire è già tutto qui: andare dove la musica è viva.
Lo strano titolo — «la riunione di madre e figlio» — non viene da chissà quale poesia, ma da un piatto di pollo e uova letto nel menù di un ristorante cinese di New York. Eppure la canzone, solare e ballabile, nasconde il dolore: parla della morte e della perdita. È già il Paul Simon che conosceremo: musica luminosa e parole malinconiche, leggerezza e profondità nello stesso respiro.
Ecco la prima chicca, e forse una delle più grandi canzoni americane mai scritte — anche se non fu un successo da classifica. La melodia non è sua: Simon la prende in prestito da un antico corale del Seicento armonizzato da Johann Sebastian Bach, e su quelle note solenni canta la stanchezza di un'intera nazione, l'America ferita e disillusa dopo il Vietnam e lo scandalo Watergate. «Non conosco un'anima che non sia stata presa a pugni», dice.
È un inno sommesso e dolente, cantato dalla prospettiva degli immigrati arrivati in nave a costruire un sogno che ora sembra incrinato. Niente rabbia, solo una stanchezza piena di dignità. La mettiamo qui perché rivela il Paul Simon più profondo, il poeta serio che si nasconde dietro l'autore di tormentoni: capace di prendere il dolore di un Paese e renderlo una preghiera laica.
Il brano che dà il titolo al suo disco più adulto e jazzato. È il monologo di un uomo che incontra per caso una vecchia fiamma, ci beve insieme una birra, e si ritrova a fare i conti — con ironia rassegnata — col tempo che passa, con la solitudine e con una sottile follia che non lo abbandona: «ancora pazzo, dopo tutti questi anni».
A metà canzone arriva uno dei più famosi assoli di sassofono del pop, firmato Michael Brecker, che sembra sospirare al posto delle parole. È il suono di un autore che sta invecchiando e non finge il contrario: niente pose da eterno ragazzo, solo lucidità, autoironia e una malinconia elegante. Il Paul Simon che diventa grande accettando di non avere più risposte.
Una scarica di pura gioia, trascinata da una sezione di fiati latini e da un groove irresistibile. «Late in the Evening» è autobiografica: ripercorre i momenti in cui la musica gli è entrata nel sangue — da bambino nella culla che sente una canzone dalla stanza accanto, da ragazzo che fuma la prima sigaretta, da musicista che sale sul palco e sente la stanza muoversi.
La mettiamo qui per ricordare un Paul Simon che spesso si dimentica: quello capace di scrivere l'euforia pura, la festa, l'energia fisica del ritmo. Tra le canzoni malinconiche e cerebrali, questa è la prova che sapeva anche far ballare — e che già nel 1980, con quei fiati afro-caraibici, stava ascoltando il mondo intero prima ancora di Graceland.
La chicca più nascosta di tutte. L'album «Hearts and Bones» fu un fiasco commerciale, ignorato da tutti — eppure la canzone che gli dà il titolo è tra le più belle e personali che Simon abbia mai scritto. «Una persona e mezza di ebrei erranti»: sono lui e Carrie Fisher, l'attrice di Star Wars, il grande amore tormentato e a intermittenza di quegli anni. È il diario di viaggio di una coppia fragile, raccontato con una delicatezza che fa male.
Molti la considerano il suo capolavoro segreto, il ponte che porta direttamente a Graceland. La mettiamo qui proprio per questo: è il cuore della nostra regola, una gemma che le classifiche non hanno mai premiato ma che racconta l'artista meglio di tanti successi. Il fallimento di un disco che nascondeva un gioiello.
Dopo il fiasco di «Hearts and Bones», Simon fa la scelta che gli cambia la vita: vola in Sudafrica e registra con i musicisti dei township neri, fondendo la sua scrittura col rimbalzo gioioso del mbaqanga, la musica delle periferie di Johannesburg. Ne nasce «Graceland», il disco che vince il Grammy e cambia per sempre il rapporto tra il pop e la musica del mondo — non senza polemiche, perché Simon ruppe il boicottaggio culturale contro il regime dell'apartheid.
La canzone che dà il titolo all'album è un viaggio in automobile verso Graceland, la casa di Elvis Presley a Memphis, che diventa un pellegrinaggio del cuore dopo un divorzio: «saremo tutti accolti a Graceland». Sotto il basso elastico e cantante di Bakithi Kumalo, dolore privato e festa collettiva si fondono. È il capolavoro di Simon, e il momento in cui la sua eterna inquietudine trova la sua forma più alta.
Sempre da «Graceland», ma scelta al posto del tormentone «You Can Call Me Al» — perché racconta meglio il cuore del disco. La canzone si apre con le voci a cappella, mozzafiato, dei Ladysmith Black Mambazo, il coro sudafricano guidato da Joseph Shabalala: trenta secondi di pura armonia zulu, prima che il brano esploda nella gioia.
È il suono più limpido dell'incontro tra due mondi lontanissimi: un cantautore di New York e l'arte corale di un popolo dall'altra parte del pianeta. E fu anche un atto concreto: quella collaborazione diede ai Ladysmith Black Mambazo un palco mondiale e una carriera internazionale. La prova che, al di là delle polemiche, da quell'incontro nacque qualcosa di vero e duraturo.
Se «Graceland» era l'Africa, il disco successivo è il Brasile — e «The Obvious Child» ne è la porta d'ingresso travolgente. Simon registrò i tamburi tonanti del Grupo Cultural Olodum in una piazza di Salvador de Bahia: una muraglia di percussioni su cui la canzone galleggia come trasportata da una piena. Niente assoli, niente fronzoli: solo il ritmo e la voce.
La mettiamo qui per dimostrare che Graceland non era stato un colpo di fortuna isolato. Simon aveva trovato la sua vocazione definitiva: andare a cercare i ritmi del pianeta e costruirci sopra le sue riflessioni sul tempo che passa e sui figli che crescono. L'esploratore non si era fermato — aveva solo cambiato continente.
Un'altra chicca, da un disco tardo e troppo poco ascoltato. «Questions for the Angels» è una canzone quasi sussurrata, fatta di chitarra acustica e dubbi: un pellegrino solitario attraversa Brooklyn all'alba e fa agli angeli le domande grandi — esiste qualcuno che veglia su di noi? E le risposte arrivano spiazzanti, assurde, con un cartellone pubblicitario di Jay-Z che spunta nel mezzo della preghiera.
È il Paul Simon anziano e filosofico, ironico e metafisico insieme, che continua a interrogarsi su Dio e sul senso delle cose senza mai smettere di sorridere. La scegliamo perché dimostra che, a settant'anni, non era diventato un nostalgico che ripete sé stesso: era ancora uno scrittore in cerca, capace di nuove domande. La curiosità come motore di una vita intera.
A ottantun anni, Paul Simon si è svegliato da un sogno che gli ordinava di scrivere un'opera intitolata «Seven Psalms»: ne è nata una lunga meditazione unica e continua su Dio, sulla fine e sulla gratitudine, fatta di sola voce e chitarra acustica. «The Lord» è il ritornello che torna come un respiro, sommesso e luminoso, lungo tutta l'opera.
Dopo aver attraversato il reggae, il gospel, i township sudafricani e i tamburi del Brasile, l'esploratore instancabile arriva al silenzio: niente più ritmi del mondo, solo un uomo e le corde, che parla con l'infinito. È l'approdo di un cammino lungo mezzo secolo — la prova che la curiosità, alla fine, diventa preghiera.
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