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Ci sono artisti che trovano una formula e la ripetono per tutta la vita. Peter Gabriel è l'esatto contrario: la sua carriera è un rifiuto ostinato di stare fermo. A venticinque anni lasciò i Genesis, la band di rock progressivo che guidava in costumi teatrali, proprio mentre arrivava il successo — perché aveva bisogno di ricominciare da capo, da solo.
Da lì ha fatto del pop un laboratorio. Ha adottato per primo i campionatori digitali, ha trasformato il video musicale in arte (l'indimenticabile «Sledgehammer»), e soprattutto ha aperto le porte alla «world music»: fondando il festival WOMAD e l'etichetta Real World, ha dato un palco mondiale a musicisti di ogni continente, da Youssou N'Dour a Nusrat Fateh Ali Khan. E ha fatto del pop una coscienza: con «Biko» contro l'apartheid, fino a fondare WITNESS, l'organizzazione che mette videocamere in mano a chi denuncia le violazioni dei diritti umani.
Questo solco ripercorre quarantasei anni in dieci canzoni: dal salto nel vuoto di «Solsbury Hill» (1977) alla quiete di «Playing for Time» (2023). Il ritratto di un artista che ha dimostrato una cosa semplice e difficilissima: il solco più profondo che puoi lasciare nella storia è non smettere mai di scavarne uno nuovo.
Tutto comincia con un addio. Nel 1975 Peter Gabriel lascia i Genesis — la band di rock progressivo che guidava travestito da fiori e creature aliene — all'apice del successo, per ritrovare sé stesso e stare con la famiglia. «Solsbury Hill», dal nome di una collina vera vicino a Bath, è il suo primo singolo da solo: il racconto di quel salto nel vuoto, di una voce che gli dice «prendi le tue cose, sono venuto a portarti a casa».
Sotto la melodia solare e gli ottoni che spingono c'è un ritmo dispari e inquieto, in 7/4, che dà alla canzone il passo di un cuore che batte più forte del normale. È l'inno di chi sceglie la libertà invece della comodità, l'incertezza invece della gabbia dorata. Da questa collina parte tutto: una carriera intera costruita sul coraggio di ricominciare.
Tre anni dopo, Gabriel ha già trasformato il pop in un laboratorio. «Games Without Frontiers» prende in prestito il nome di un vecchio gioco televisivo a squadre tra nazioni — da noi «Giochi senza frontiere» — per fare una satira amara: i Paesi del mondo si comportano come bambini capricciosi che giocano a farsi la guerra. «Jeux sans frontières», sussurra in francese una voce cristallina: è Kate Bush.
Il suono è freddo e ipnotico, costruito sui primi campionatori digitali, e segna la nascita del Gabriel sperimentatore: percussioni strane, fischi, rumori usati come strumenti. È pop che pensa, che usa una filastrocca per parlare di nazionalismo e violenza. Qui comincia l'altra grande linea della sua musica: usare le canzoni per guardare il mondo, e non solo sé stessi.
È il momento in cui la coscienza civile di Gabriel diventa un grido. «Biko» è un canto funebre per Steve Biko, il giovane attivista sudafricano contro l'apartheid morto nel 1977 sotto le percosse della polizia mentre era in stato di fermo. Su un tappeto di tamburi africani e cornamuse, Gabriel costruisce una marcia solenne e implacabile, che si apre e si chiude con i canti registrati a un vero funerale sudafricano.
Per moltissimi ascoltatori occidentali questa canzone è stata il primo incontro con la parola «apartheid»: un disco pop che ha portato una tragedia lontana dentro le case di mezzo mondo, alimentando il movimento internazionale che anni dopo avrebbe contribuito a far cadere il regime razzista. «You can blow out a candle, but you can't blow out a fire»: puoi spegnere una candela, ma non un incendio. Gabriel la suona ancora alla fine di ogni concerto.
Con «Shock the Monkey» Gabriel si tuffa del tutto nell'elettronica: è tratta dal suo quarto album omonimo, il primo costruito quasi interamente con strumenti digitali. Molti pensarono parlasse di crudeltà sugli animali; in realtà la «scimmia» è quella che tutti ci portiamo dentro — l'istinto, la gelosia che si scatena e ci fa perdere il controllo quando amiamo troppo.
Il suono è nervoso, tribale, percussivo: batterie elettroniche e cori che sembrano arrivare dalla giungla. Fu uno dei suoi primi grandi successi negli Stati Uniti, complice un video surreale trasmesso senza sosta dalla neonata MTV. Gabriel aveva capito prima di altri che il futuro della musica sarebbe passato anche dalle immagini — una lezione che di lì a poco avrebbe portato alle estreme conseguenze.
Ed ecco il trionfo. «Sledgehammer», dall'album «So», è il punto in cui lo sperimentatore incontra il grande pubblico: un omaggio gioioso e sfacciatamente sexy al soul di Otis Redding e degli Stax, tutto fiati e groove, con un flauto shakuhachi giapponese a fare da intro. Una festa che diventò la sua canzone più famosa, numero uno in America.
Ma a renderla leggendaria fu il video: una meraviglia in stop-motion e plastilina realizzata dagli studi Aardman (quelli del futuro Wallace & Gromit), in cui il volto di Gabriel si trasforma in continuazione. Divenne il video più trasmesso nella storia di MTV e vinse un numero record di premi. Ancora una volta Gabriel non si limitava a fare una canzone: inventava un modo nuovo di farla vedere.
Sempre da «So», ma in un'altra direzione: «In Your Eyes» è il cuore della grande missione di Gabriel, quella di portare la musica del mondo nel pop occidentale. A cantare con lui c'è la star senegalese Youssou N'Dour, e il brano fonde la canzone d'amore con la tradizione africana del «canto di lode», dove non si capisce più se si stia parlando di una donna amata o di Dio.
Per un'intera generazione questa canzone è legata a una scena di cinema indimenticabile: il ragazzo del film «Non per soldi… ma per amore» (1989) che, sotto la finestra dell'amata, alza al cielo uno stereo a tutto volume. Ma il lascito più profondo è un altro: di lì a poco Gabriel fonderà il festival WOMAD e l'etichetta Real World, dando un palco mondiale a centinaia di musicisti di ogni continente.
Il terzo gioiello di «So» è un dialogo. «Don't Give Up» è un duetto con Kate Bush in cui due voci si rispondono: un uomo distrutto dalla disoccupazione, che ha perso lavoro e dignità e non vede più una via d'uscita, e una donna che lo abbraccia e lo tiene a galla — «non mollare, ci hai ancora noi». Gabriel scrisse il brano colpito dalle fotografie della Grande Depressione americana e dalla disoccupazione dell'Inghilterra di quegli anni.
È una delle più belle canzoni mai scritte sulla dignità nei tempi duri: non promette soluzioni, offre solo presenza e tenerezza. La voce profonda e affranta di Gabriel e quella alta e consolatoria di Kate Bush diventano due personaggi, quasi un piccolo dramma teatrale. La prova che il pop può parlare delle ferite sociali senza fare la lezione, ma stringendoti la mano.
Dopo sei anni di silenzio, Gabriel torna nel 1992 con «Us», un disco nato dal naufragio del suo matrimonio e da un lungo percorso di terapia. «Digging in the Dirt» — «scavare nel fango» — è la sua confessione più cruda: l'immagine di uno che si mette a scavare dentro sé stesso, nelle proprie zone d'ombra, per capire cosa lo fa stare male. «Stay with me, I need support», resta con me, ho bisogno di aiuto.
La musica è torbida, ribollente, attraversata da chitarre che mordono: niente più festa, ma un viaggio dentro le radici del proprio dolore. È il Gabriel più adulto e introspettivo, quello che usa la musica come una seduta di analisi messa in suono. Anche qui un video straordinario — premiato con un Grammy — accompagna la discesa: a riprova che, per lui, ogni canzone resta anche un'immagine.
Dall'album «Up» arriva la cattedrale sonora di Gabriel: «Signal to Noise», quasi otto minuti che crescono fino a travolgere. A spingere il brano verso il cielo c'è la voce immensa di Nusrat Fateh Ali Khan, il più grande maestro pakistano di qawwali, la musica devozionale sufi. Gabriel aveva inciso con lui prima della sua morte, nel 1997, e qui ne usa il canto come una forza della natura, sostenuto da una grande orchestra.
Il titolo parla del bisogno di distinguere il segnale dal rumore: in un mondo di chiacchiere assordanti, ritrovare la voce vera, quella che conta. È il punto d'arrivo della visione di Gabriel, quella di tutta una vita: Oriente e Occidente, sacro e tecnologico, una piccola voce solista e un coro sterminato, tutto fuso in un'unica onda che cresce. La world music diventata preghiera laica.
L'ultimo Gabriel. «Playing for Time» è tratta da «i/o» (2023), il suo primo album di canzoni nuove dopo ventun anni di attesa. È una ballata di solo pianoforte e orchestra, lenta e nuda, in cui un uomo che ha attraversato mezzo secolo di musica guarda indietro e fa i conti con il tempo, la memoria e la fine che si avvicina.
Dopo aver inventato suoni, video e festival, dopo aver dato voce ai senza-voce e portato il mondo intero dentro il pop, Gabriel torna alla cosa più semplice: una melodia e la verità. «Stiamo solo giocando contro il tempo», dice il titolo. È la quiete di chi non deve più dimostrare niente — e la conferma che il solco più profondo che puoi lasciare è non smettere mai di scavarne uno nuovo.
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