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Un solco nella storia

Peter Gabriel

10 brani  ·  circa 56 min  ·  1977 – 2023
Dedica
«A chi sa che reinventarsi è la cosa più difficile — e Peter Gabriel l'ha fatto per cinquant'anni.»
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Dietro ogni canzone, una storia — senza registrazione, senza algoritmi
L'artista

Chi è Peter Gabriel

Ci sono artisti che trovano una formula e la ripetono per tutta la vita. Peter Gabriel è l'esatto contrario: la sua carriera è un rifiuto ostinato di stare fermo. A venticinque anni lasciò i Genesis, la band di rock progressivo che guidava in costumi teatrali, proprio mentre arrivava il successo — perché aveva bisogno di ricominciare da capo, da solo.

Da lì ha fatto del pop un laboratorio. Ha adottato per primo i campionatori digitali, ha trasformato il video musicale in arte (l'indimenticabile «Sledgehammer»), e soprattutto ha aperto le porte alla «world music»: fondando il festival WOMAD e l'etichetta Real World, ha dato un palco mondiale a musicisti di ogni continente, da Youssou N'Dour a Nusrat Fateh Ali Khan. E ha fatto del pop una coscienza: con «Biko» contro l'apartheid, fino a fondare WITNESS, l'organizzazione che mette videocamere in mano a chi denuncia le violazioni dei diritti umani.

Questo solco ripercorre quarantasei anni in dieci canzoni: dal salto nel vuoto di «Solsbury Hill» (1977) alla quiete di «Playing for Time» (2023). Il ritratto di un artista che ha dimostrato una cosa semplice e difficilissima: il solco più profondo che puoi lasciare nella storia è non smettere mai di scavarne uno nuovo.

Mettiamole in fila — un brano alla volta, con questa playlist.
musicachepensa.itL'artista
La scaletta

Dall'addio ai Genesis alla world music (1977-2023)

01
Solsbury Hill
Peter Gabriel
4:23
02
Games Without Frontiers
Peter Gabriel
4:02
03
Biko
Peter Gabriel
6:40
04
Shock the Monkey
Peter Gabriel
4:03
05
Sledgehammer
Peter Gabriel
5:45
06
In Your Eyes
Peter Gabriel
5:32
07
Don't Give Up
Peter Gabriel
6:30
08
Digging in the Dirt
Peter Gabriel
5:29
09
Signal to Noise
Peter Gabriel
7:40
10
Playing for Time
Peter Gabriel
6:18
10 branidurata totale · circa 56 min
musicachepensa.itLa scaletta
Brano 01

Solsbury Hill

Peter Gabriel
Copertina di Solsbury Hill
Peter Gabriel (Car) · 1977
Peter Gabriel (Car) · 1977 · Bath, UK · anni '70 · art-rock / folk-rock

Tutto comincia con un addio. Nel 1975 Peter Gabriel lascia i Genesis — la band di rock progressivo che guidava travestito da fiori e creature aliene — all'apice del successo, per ritrovare sé stesso e stare con la famiglia. «Solsbury Hill», dal nome di una collina vera vicino a Bath, è il suo primo singolo da solo: il racconto di quel salto nel vuoto, di una voce che gli dice «prendi le tue cose, sono venuto a portarti a casa».

Sotto la melodia solare e gli ottoni che spingono c'è un ritmo dispari e inquieto, in 7/4, che dà alla canzone il passo di un cuore che batte più forte del normale. È l'inno di chi sceglie la libertà invece della comodità, l'incertezza invece della gabbia dorata. Da questa collina parte tutto: una carriera intera costruita sul coraggio di ricominciare.

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Dal salto nel vuoto del debutto al primo pop che pensa: «Games Without Frontiers» (brano 02), dove Gabriel usa una filastrocca per parlare di guerra.
musicachepensa.itBrano 01 · Solsbury Hill
Brano 02

Games Without Frontiers

Peter Gabriel
Copertina di Games Without Frontiers
Peter Gabriel (Melt) · 1980
Peter Gabriel (Melt) · 1980 · Bath, UK · anni '80 · art-rock / new-wave

Tre anni dopo, Gabriel ha già trasformato il pop in un laboratorio. «Games Without Frontiers» prende in prestito il nome di un vecchio gioco televisivo a squadre tra nazioni — da noi «Giochi senza frontiere» — per fare una satira amara: i Paesi del mondo si comportano come bambini capricciosi che giocano a farsi la guerra. «Jeux sans frontières», sussurra in francese una voce cristallina: è Kate Bush.

Il suono è freddo e ipnotico, costruito sui primi campionatori digitali, e segna la nascita del Gabriel sperimentatore: percussioni strane, fischi, rumori usati come strumenti. È pop che pensa, che usa una filastrocca per parlare di nazionalismo e violenza. Qui comincia l'altra grande linea della sua musica: usare le canzoni per guardare il mondo, e non solo sé stessi.

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Dalla satira sul nazionalismo al grido civile: «Biko» (brano 03), il canto funebre contro l'apartheid.
musicachepensa.itBrano 02 · Games Without Frontiers
Brano 03

Biko

Peter Gabriel
Copertina di Biko
Peter Gabriel (Melt) · 1980
Peter Gabriel (Melt) · 1980 · Bath, UK · anni '80 · art-rock / worldbeat

È il momento in cui la coscienza civile di Gabriel diventa un grido. «Biko» è un canto funebre per Steve Biko, il giovane attivista sudafricano contro l'apartheid morto nel 1977 sotto le percosse della polizia mentre era in stato di fermo. Su un tappeto di tamburi africani e cornamuse, Gabriel costruisce una marcia solenne e implacabile, che si apre e si chiude con i canti registrati a un vero funerale sudafricano.

Per moltissimi ascoltatori occidentali questa canzone è stata il primo incontro con la parola «apartheid»: un disco pop che ha portato una tragedia lontana dentro le case di mezzo mondo, alimentando il movimento internazionale che anni dopo avrebbe contribuito a far cadere il regime razzista. «You can blow out a candle, but you can't blow out a fire»: puoi spegnere una candela, ma non un incendio. Gabriel la suona ancora alla fine di ogni concerto.

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Dall'impegno politico al laboratorio elettronico: «Shock the Monkey» (brano 04), il primo grande successo digitale.
musicachepensa.itBrano 03 · Biko
Brano 04

Shock the Monkey

Peter Gabriel
Copertina di Shock the Monkey
Peter Gabriel (Security) · 1982
Peter Gabriel (Security) · 1982 · Bath, UK · anni '80 · art-rock / elettronica / new-wave

Con «Shock the Monkey» Gabriel si tuffa del tutto nell'elettronica: è tratta dal suo quarto album omonimo, il primo costruito quasi interamente con strumenti digitali. Molti pensarono parlasse di crudeltà sugli animali; in realtà la «scimmia» è quella che tutti ci portiamo dentro — l'istinto, la gelosia che si scatena e ci fa perdere il controllo quando amiamo troppo.

Il suono è nervoso, tribale, percussivo: batterie elettroniche e cori che sembrano arrivare dalla giungla. Fu uno dei suoi primi grandi successi negli Stati Uniti, complice un video surreale trasmesso senza sosta dalla neonata MTV. Gabriel aveva capito prima di altri che il futuro della musica sarebbe passato anche dalle immagini — una lezione che di lì a poco avrebbe portato alle estreme conseguenze.

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Dall'esperimento al trionfo planetario: «Sledgehammer» (brano 05), il soul gioioso e il video che cambiò MTV.
musicachepensa.itBrano 04 · Shock the Monkey
Brano 05

Sledgehammer

Peter Gabriel
Copertina di Sledgehammer
So · 1986
So · 1986 · Bath, UK · anni '80 · pop / soul

Ed ecco il trionfo. «Sledgehammer», dall'album «So», è il punto in cui lo sperimentatore incontra il grande pubblico: un omaggio gioioso e sfacciatamente sexy al soul di Otis Redding e degli Stax, tutto fiati e groove, con un flauto shakuhachi giapponese a fare da intro. Una festa che diventò la sua canzone più famosa, numero uno in America.

Ma a renderla leggendaria fu il video: una meraviglia in stop-motion e plastilina realizzata dagli studi Aardman (quelli del futuro Wallace & Gromit), in cui il volto di Gabriel si trasforma in continuazione. Divenne il video più trasmesso nella storia di MTV e vinse un numero record di premi. Ancora una volta Gabriel non si limitava a fare una canzone: inventava un modo nuovo di farla vedere.

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Dal successo pop alla musica del mondo: «In Your Eyes» (brano 06), con la voce di Youssou N'Dour.
musicachepensa.itBrano 05 · Sledgehammer
Brano 06

In Your Eyes

Peter Gabriel
Copertina di In Your Eyes
So · 1986
So · 1986 · Bath, UK · anni '80 · worldbeat / pop

Sempre da «So», ma in un'altra direzione: «In Your Eyes» è il cuore della grande missione di Gabriel, quella di portare la musica del mondo nel pop occidentale. A cantare con lui c'è la star senegalese Youssou N'Dour, e il brano fonde la canzone d'amore con la tradizione africana del «canto di lode», dove non si capisce più se si stia parlando di una donna amata o di Dio.

Per un'intera generazione questa canzone è legata a una scena di cinema indimenticabile: il ragazzo del film «Non per soldi… ma per amore» (1989) che, sotto la finestra dell'amata, alza al cielo uno stereo a tutto volume. Ma il lascito più profondo è un altro: di lì a poco Gabriel fonderà il festival WOMAD e l'etichetta Real World, dando un palco mondiale a centinaia di musicisti di ogni continente.

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Dalla world music al duetto sulla dignità: «Don't Give Up» (brano 07), con Kate Bush.
musicachepensa.itBrano 06 · In Your Eyes
Brano 07

Don't Give Up

Peter Gabriel
Copertina di Don't Give Up
So · 1986
So · 1986 · Bath, UK · anni '80 · art-rock / pop

Il terzo gioiello di «So» è un dialogo. «Don't Give Up» è un duetto con Kate Bush in cui due voci si rispondono: un uomo distrutto dalla disoccupazione, che ha perso lavoro e dignità e non vede più una via d'uscita, e una donna che lo abbraccia e lo tiene a galla — «non mollare, ci hai ancora noi». Gabriel scrisse il brano colpito dalle fotografie della Grande Depressione americana e dalla disoccupazione dell'Inghilterra di quegli anni.

È una delle più belle canzoni mai scritte sulla dignità nei tempi duri: non promette soluzioni, offre solo presenza e tenerezza. La voce profonda e affranta di Gabriel e quella alta e consolatoria di Kate Bush diventano due personaggi, quasi un piccolo dramma teatrale. La prova che il pop può parlare delle ferite sociali senza fare la lezione, ma stringendoti la mano.

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Dal capolavoro «So» all'introspezione: «Digging in the Dirt» (brano 08), la terapia messa in musica.
musicachepensa.itBrano 07 · Don't Give Up
Brano 08

Digging in the Dirt

Peter Gabriel
Copertina di Digging in the Dirt
Us · 1992
Us · 1992 · Bath, UK · anni '90 · art-rock / alt-rock

Dopo sei anni di silenzio, Gabriel torna nel 1992 con «Us», un disco nato dal naufragio del suo matrimonio e da un lungo percorso di terapia. «Digging in the Dirt» — «scavare nel fango» — è la sua confessione più cruda: l'immagine di uno che si mette a scavare dentro sé stesso, nelle proprie zone d'ombra, per capire cosa lo fa stare male. «Stay with me, I need support», resta con me, ho bisogno di aiuto.

La musica è torbida, ribollente, attraversata da chitarre che mordono: niente più festa, ma un viaggio dentro le radici del proprio dolore. È il Gabriel più adulto e introspettivo, quello che usa la musica come una seduta di analisi messa in suono. Anche qui un video straordinario — premiato con un Grammy — accompagna la discesa: a riprova che, per lui, ogni canzone resta anche un'immagine.

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Dallo scavo interiore alla cattedrale sonora: «Signal to Noise» (brano 09), con Nusrat Fateh Ali Khan.
musicachepensa.itBrano 08 · Digging in the Dirt
Brano 09

Signal to Noise

Peter Gabriel
Copertina di Signal to Noise
Up · 2002
Up · 2002 · Bath, UK · anni '00 · art-rock / worldbeat

Dall'album «Up» arriva la cattedrale sonora di Gabriel: «Signal to Noise», quasi otto minuti che crescono fino a travolgere. A spingere il brano verso il cielo c'è la voce immensa di Nusrat Fateh Ali Khan, il più grande maestro pakistano di qawwali, la musica devozionale sufi. Gabriel aveva inciso con lui prima della sua morte, nel 1997, e qui ne usa il canto come una forza della natura, sostenuto da una grande orchestra.

Il titolo parla del bisogno di distinguere il segnale dal rumore: in un mondo di chiacchiere assordanti, ritrovare la voce vera, quella che conta. È il punto d'arrivo della visione di Gabriel, quella di tutta una vita: Oriente e Occidente, sacro e tecnologico, una piccola voce solista e un coro sterminato, tutto fuso in un'unica onda che cresce. La world music diventata preghiera laica.

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Dall'epica del 2002 alla quiete di oggi: «Playing for Time» (brano 10), l'ultimo Gabriel.
musicachepensa.itBrano 09 · Signal to Noise
Brano 10

Playing for Time

Peter Gabriel
Copertina di Playing for Time
i/o · 2023
i/o · 2023 · Bath, UK · anni '20 · art-rock

L'ultimo Gabriel. «Playing for Time» è tratta da «i/o» (2023), il suo primo album di canzoni nuove dopo ventun anni di attesa. È una ballata di solo pianoforte e orchestra, lenta e nuda, in cui un uomo che ha attraversato mezzo secolo di musica guarda indietro e fa i conti con il tempo, la memoria e la fine che si avvicina.

Dopo aver inventato suoni, video e festival, dopo aver dato voce ai senza-voce e portato il mondo intero dentro il pop, Gabriel torna alla cosa più semplice: una melodia e la verità. «Stiamo solo giocando contro il tempo», dice il titolo. È la quiete di chi non deve più dimostrare niente — e la conferma che il solco più profondo che puoi lasciare è non smettere mai di scavarne uno nuovo.

Chiude il cerchio
Torna al brano 01. In quarantasei anni, dal salto di «Solsbury Hill» fino a qui, Peter Gabriel non ha mai smesso di reinventarsi. Il solco più profondo è non smettere mai di scavarne uno nuovo.
musicachepensa.itBrano 10 · Playing for Time
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