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1976: l'Inghilterra è in crisi, grigia, senza lavoro e senza futuro per i giovani. È in questo clima che, sull'onda di ciò che stava accadendo a New York al CBGB, esplode il punk inglese: musica veloce, rabbiosa, suonata da ragazzi che non sapevano (ancora) suonare ma avevano tutto da dire.
In meno di due anni cambia tutto. I Sex Pistols diventano un caso nazionale, i Clash danno al punk una coscienza politica, i Buzzcocks gli regalano melodie, Poly Styrene degli X-Ray Spex ci mette una voce femminile e un sassofono, e da Belfast gli Stiff Little Fingers lo trasformano in cronaca di guerra. Niente assoli, niente eroi: solo tre accordi e la verità.
Otto canzoni dal cuore dell'esplosione, tra il 1976 e il 1979. Il punk durò pochissimo — ma fece saltare in aria tutto ciò che c'era prima.
Il 22 ottobre 1976 esce «New Rose»: il primo singolo punk inglese della storia. Lo pubblicano i Damned, la band più scanzonata e horror della scena, che attaccano con un grido rubato a una canzone delle Shangri-Las — «is she really going out with him?» — e poi giù, due minuti e mezzo di pura adrenalina.
Mentre i Sex Pistols facevano ancora soprattutto scandalo, i Damned battevano tutti sul tempo e mettevano su vinile l'energia di una generazione. Da qui, ufficialmente, comincia il punk inglese.
«Io sono l'anticristo, io sono un anarchico»: con queste parole, ringhiate da Johnny Rotten, il punk inglese diventa un caso nazionale. I Sex Pistols — assemblati dal manager Malcolm McLaren — non erano grandi musicisti, ma erano una bomba culturale: scandalo, sputi e il rifiuto totale di un'Inghilterra grigia e senza futuro.
L'estetica — capelli a punta, spille da balia, vestiti strappati — McLaren l'aveva vista a New York, addosso a Richard Hell. Ma a Londra diventò un'esplosione di massa. «Anarchy in the U.K.» è il punto in cui il punk smette di essere una scena e diventa una minaccia.
Se i Sex Pistols erano il caos, i Clash erano la coscienza. «White Riot» — meno di due minuti fulminanti — nasce da una rivolta vera, quella del Carnevale di Notting Hill del 1976, e pone una domanda scomoda: perché i ragazzi neri si ribellano e quelli bianchi no?
Joe Strummer e compagni daranno al punk un cuore politico e un'apertura musicale enorme — reggae, rock, dub — diventando «l'unica band che conti». Ma tutto comincia da qui, da questa scarica di rabbia lucida.
A Manchester, i Buzzcocks fanno una scoperta rivoluzionaria: il punk può essere anche dolce. «Ever Fallen in Love» è una canzone d'amore velocissima e perfetta, con un ritornello che non ti esce più dalla testa — l'invenzione del pop-punk, vent'anni prima che diventasse moda.
Il gruppo era nato dall'incontro di Pete Shelley e Howard Devoto; quest'ultimo lo lascerà presto per fondare i Magazine e spingere il punk verso territori più cerebrali. Ma qui i Buzzcocks ci ricordano che, sotto la rabbia, batteva anche un cuore.
«Some people think little girls should be seen and not heard» — ma io dico: oh bondage, up yours! Comincia così, con una bambina che si ribella, uno dei brani più liberatori del punk. A guidarlo è Poly Styrene: ragazza anglo-somala, apparecchio ai denti, voce che squarcia, e un sassofono — cosa proibita nel punk ortodosso.
Gli X-Ray Spex trasformano la rabbia in critica al consumismo e alla plastica che ci circonda. In una scena spesso maschile, Poly Styrene dimostrò che il punk poteva avere il volto e la voce di una ragazza che non chiedeva permesso.
Mentre il punk predicava l'anno zero, i Jam guardavano indietro, agli anni '60: giacche eleganti, chitarre taglienti e l'attitudine mod. «In the City» ha la stessa velocità dei Pistols, ma anche la melodia e l'orgoglio di chi crede ancora in qualcosa.
Paul Weller, appena diciottenne, canta l'energia e la frustrazione della gioventù di provincia. I Jam diventeranno una delle band inglesi più amate degli anni '70-'80: la prova che il punk poteva avere stile, oltre alla furia.
Il punk arriva a Belfast, e qui non è una posa: è una città spaccata dalla guerra civile, dai blindati e dai posti di blocco. Gli Stiff Little Fingers raccontano i «Troubles» dell'Irlanda del Nord con un'urgenza che brucia: «cos'hai per intrattenerti? Niente. È quello che hai».
«Alternative Ulster» chiede un'altra possibilità per una generazione cresciuta nella violenza. È il punk al suo più necessario: non intrattenimento, ma cronaca e sfogo di chi non ha altra voce.
Il lato più oscuro e ambiguo della scena. Gli Stranglers — più grandi d'età, con un organo sinistro al posto della solita chitarra — erano i cattivi del punk, troppo scuri per piacere a tutti. «No More Heroes» si chiede dove siano finiti gli eroi: Trockij, Lenin, Shakespeare… tutti scomparsi.
È un disincanto che suona già come una fine. Dopo l'esplosione del 1976-77, il punk brucerà in fretta — ma da quelle ceneri, da quelle stesse domande, nascerà qualcosa di nuovo e più freddo: il post-punk.
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