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Nessuna band ha avuto paura del proprio successo quanto i Radiohead. Nel 1993 cinque ragazzi di Oxford esplodono con «Creep», l'inno mondiale degli sfigati — e ne restano così imbarazzati da passare i trent'anni successivi a fare di tutto pur di non ripetersi. Da quell'imbarazzo nasce una delle carriere più coraggiose della musica.
Album dopo album, smontano se stessi: dal rock chitarristico di «The Bends» e «OK Computer» — disco-manifesto sull'ansia dell'uomo davanti alle macchine — alla rivoluzione elettronica di «Kid A», fino alla bellezza dolente degli ultimi dischi. Ogni volta diversi, ogni volta un passo più avanti, con la voce di Thom Yorke a fare da filo conduttore.
Questo solco li racconta in dieci canzoni che attraversano tutti e nove i loro album, dal 1993 al 2016: il viaggio di una band che ha trasformato l'angoscia in bellezza e riscritto le regole del rock semplicemente rifiutandosi di stare ferma. Dalla chitarra al computer, senza mai voltarsi indietro.
L'inno degli sfigati di tutto il mondo. «Creep» è il grido di un ragazzo che si sente fuori posto davanti alla persona che ama — «sono uno sfigato, sono uno strano: che diavolo ci faccio qui?» — su una chitarra che, prima del ritornello, deflagra con tre colpi secchi e disperati: un dispetto del chitarrista Jonny Greenwood, che odiava quanto fosse dolce il brano.
Fu insieme la loro fortuna e la loro condanna: un successo planetario così enorme che i Radiohead, imbarazzati, smisero di suonarla per anni, terrorizzati di restare per sempre «quelli di Creep». Da quell'imbarazzo nacque la voglia di reinventarsi senza sosta, che li avrebbe portati lontanissimo. Una ferita aperta da cui sgorga tutto il resto.
Quattro minuti di bellezza glaciale: un arpeggio di chitarra che gira ipnotico, la voce di Thom Yorke che sale come una preghiera e un testo tra i più cupi mai scritti — sulla mortalità, sull'oscurità che aspetta tutti. Yorke ha raccontato di averla scritta quasi in trance, senza sapere bene da dove venisse.
È la traccia che sigilla «The Bends» e indica già la rotta: i Radiohead non sarebbero rimasti una band rock qualsiasi. Qui c'è il loro marchio di fabbrica — trasformare la disperazione in qualcosa di straziante e bellissimo insieme. Yorke l'ha definita la canzone più importante che avessero scritto, e quella che ancora oggi li commuove di più suonare.
Sei minuti e mezzo in quattro movimenti e senza un vero ritornello: «Paranoid Android» è la prova che i Radiohead avevano deciso di far saltare le regole della canzone pop. Passa dalla quiete acustica all'esplosione quasi metal, dal lamento al sarcasmo («ambition makes you look pretty ugly»), come una mini-suite rock che la stampa ribattezzò subito la «Bohemian Rhapsody» di una generazione.
Il titolo viene da Marvin, l'androide depresso della «Guida galattica per autostoppisti», e il brano è un ritratto feroce dell'alienazione di fine millennio. Vive dentro «OK Computer», il disco che ha messo in musica l'ansia dell'uomo davanti alla tecnologia, e che moltissimi considerano semplicemente uno dei più grandi album mai incisi.
Un carillon dolcissimo per le parole più disperate. «No Surprises» culla l'ascoltatore con un glockenspiel da ninnananna mentre Thom Yorke canta il sogno di una vita anestetizzata — «un lavoro che ti uccide lentamente», «nessun allarme e nessuna sorpresa» — e il desiderio, sottinteso, di farla finita con tutto.
È il contrasto che i Radiohead padroneggiano come nessun altro: la melodia più rassicurante sopra il testo più nero. Il video, con Yorke che canta a viso scoperto mentre un casco gli si riempie d'acqua trattenendo il respiro, è entrato nella storia. Una culla e un addio nello stesso brano.
La più grande rock band del mondo licenziò le proprie chitarre. In Kid A i Radiohead si chiusero con sintetizzatori modulari e campionamenti, e Idioteque ne è il cuore gelido: un beat spezzato preso dalla musica elettronica d'avanguardia, sopra cui Thom Yorke canta la fine del mondo.
Fu uno shock: una band amata per le chitarre che sceglieva le macchine per dire l'ansia del nuovo millennio. Idioteque dimostrò che rock ed elettronica non erano più due strade, ma una sola.
Un brano che sembra galleggiare fuori dal tempo: un pianoforte dal ritmo sghembo, quasi impossibile da contare, archi che entrano come una marea e Thom Yorke che canta di un viaggio nell'aldilà — saltare in un fiume nero, ritrovare gli angeli e chi si è amato. Ipnotico e solenne come un rito antico.
Dopo la svolta elettronica di «Kid A», i Radiohead continuano a smontare l'idea stessa di canzone: niente chitarre eroiche, solo atmosfera e mistero. «Pyramid Song» è una delle loro vette più amate da chi li segue — la prova che si può commuovere senza capire un solo verso al primo ascolto.
Una chitarra esitante, Yorke che sussurra in punta di piedi — e poi l'esplosione elettrica, con lui che urla «you have not been paying attention!». «2 + 2 = 5» prende il titolo da «1984» di Orwell: la verità piegata dal potere, due più due che fa cinque se a dirlo è chi comanda.
È il brano più rabbioso e politico dei Radiohead, scritto nel clima dell'America di Bush e della guerra in Iraq. «Hail to the Thief» — «salute al ladro» — è il loro disco più arrabbiato, e questo ne è il cuore pulsante: la dimostrazione che la band sapeva ancora imbracciare le chitarre e graffiare, quando voleva.
Una cascata di arpeggi di chitarra che si rincorrono e si intrecciano fino a formare una corrente ipnotica, su cui Thom Yorke canta una discesa negli abissi: «mi nutro come i pesci strani», giù fino a toccare il fondo, e poi la risalita. Un crescendo che, dal vivo, manda in estasi.
Vive in «In Rainbows», il disco che i Radiohead pubblicarono a sorpresa lasciando decidere il prezzo a chi lo scaricava — anche zero. Dopo anni di elettronica e angoscia, qui ritrovano calore e bellezza, e «Weird Fishes» ne è il momento più luminoso: la prova che la malinconia, in mano loro, può diventare quasi serenità.
Tutto ritmo e spazio vuoto: «Lotus Flower» si regge su un battito scarno e ipnotico, bassi profondi e il falsetto di Thom Yorke che si insinua tra i silenzi. Il video, con Yorke che balla da solo in modo spastico e magnetico indossando una bombetta, è diventato un fenomeno virale e oggetto di mille parodie.
Vive in «The King of Limbs», il disco più ritmico e notturno dei Radiohead, dove la canzone si scioglie dentro il groove. È la conferma che la band non aveva mai smesso di cercare: a quasi vent'anni da «Creep», erano diventati qualcosa di completamente diverso, sempre un passo più avanti.
Un pianoforte sospeso, archi che fluttuano e la voce di Thom Yorke che pare arrivare da dentro un sogno: «Daydreaming» è malinconia allo stato puro. Sul finale una voce rovesciata ripete una frase che, ascoltata al contrario, dice «half of my life» — metà della mia vita: molti l'hanno letta come l'eco della fine della sua lunghissima relazione.
Vive in «A Moon Shaped Pool», il disco del lutto e della maturità, fatto di archi e di quiete dolente. Il video, diretto da Paul Thomas Anderson, mostra Yorke che attraversa porte su porte senza mai trovare pace. La conferma che, a oltre vent'anni di distanza, i Radiohead sanno ancora ferire al cuore con un solo accordo.
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