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Negli ultimi anni la Sicilia è tornata a cantare con una voce tutta sua. Una generazione di cantautori e cantautrici — cresciuti tra il mare, il dialetto e l'aria salata dell'isola — ha conquistato le classifiche e i festival di tutta Italia, raccontando le proprie radici senza nostalgia e senza folklore di cartolina.
Il punto di partenza è spesso lo stesso: Colapesce e Dimartino, i due solisti che uniti hanno fatto esplodere la scena, e attorno a loro un'etichetta come la 42 Records, la Siracusa di Marco Castello, la Palermo dei Santamarea e di Davide Shorty, il dialetto fiero di Delia Buglisi. Suoni diversi — jazz, soul, indie, elettronica — tenuti insieme da una stessa luce mediterranea.
Otto canzoni per ascoltare la Sicilia di oggi: ironica, malinconica, orgogliosa. Un'isola che, come sempre, accoglie e rilancia tutto ciò che la attraversa.
Classe 1998, di Modica, Nico Arezzo è cresciuto dietro le quinte — raccoglitore di cavi, tecnico luci, fonico, batterista — prima di passare davanti al microfono. Dopo aver vinto Musicultura 2024 e pubblicato l'esordio «Non c'è mare», porta nel nuovo cantautorato isolano un'ironia tenera e una cura quasi artigianale del suono.
«anche eugenio piange» parte da un amico vero, Eugenio: uno che «si fuma le cose» per non guardarle in faccia, e che un giorno, per la prima volta, si lascia andare al pianto. Arezzo ne fa una piccola lode della commozione — il lusso di sentire, di non far finta di niente. Delicata, intima, senza una nota di troppo.
«Copricolori» è il lato più funky di Marco Castello: una melodia «pestata» di tastiere, una sezione ritmica che non molla mai e un synth che tiene insieme tutta l'atmosfera. Il trombettista jazz di Siracusa qui si lascia andare al groove, restando ironico e leggero come sempre.
Dall'album «Pezzi della sera» (2023), è la prova che il cantautorato siciliano di oggi può essere sofisticato e ballabile insieme: Castello mescola jazz, disco e MPB brasiliana, e ne fa qualcosa che profuma di Mediterraneo.
Antonio Di Martino, palermitano, è una delle penne più letterarie del nuovo cantautorato italiano: testi che sembrano racconti, titoli lunghi come frasi rubate a un romanzo. «Una storia del mare» arriva da «Un paese ci vuole» (2015), il disco in cui ragiona su radici, partenze e ritorni, liberamente ispirato a «La luna e i falò» di Pavese.
Qui canta in duetto con Francesco Bianconi dei Baustelle, e il mare non è cartolina ma confine e destino: per chi nasce su un'isola è insieme casa e orizzonte, ciò che separa e ciò che lega. Una malinconia adulta, mai lamentosa, da uno dei due autori che — poco dopo, uniti a Colapesce — avrebbero acceso la nuova canzone siciliana.
È il brano-manifesto della sicilianità. Colapesce e Dimartino chiamano Carmen Consoli — la «cantantessa», madrina di tutta questa scena — e insieme dipingono un affresco alla Bosch: immagini singole che, messe insieme, raccontano un'isola «che ha sempre accolto, nutrito, divorato e sputato i suoi popoli».
«Luna Araba» tiene insieme arabo e mediterraneo, sacro e popolare, e ricorda che la Sicilia è da sempre un crocevia. È il punto in cui il duo che ha fatto esplodere la scena si lega alla sua più grande voce.
«Sicilia Bedda» è la prima canzone interamente in dialetto siciliano arrivata sul palco di X Factor. A cantarla è Delia Buglisi, di Paternò: pianista diplomata al Conservatorio, voce potente, che ha scelto il siciliano come lingua musicale e non come folklore.
È un canto di appartenenza, nostalgia e affetto viscerale per la propria terra. Delia dimostra che il dialetto può essere uno strumento espressivo universale: la Sicilia raccontata da dentro, con orgoglio e senza filtri.
Davide Shorty viene dalla scena hip hop di Palermo, è passato per Londra, e con «Regina» — portata a Sanremo nel 2021 — ha messo d'accordo soul, jazz e cantautorato. La sua voce calda racconta la sua città e il Mediterraneo come pochi.
È la faccia più nera e contaminata della nuova Sicilia: diversità, integrazione e radici che si mescolano. Palermo, città di mille culture, qui trova una delle sue voci più sincere.
I Santamarea sono tre fratelli di sangue e una sorella d'elezione, tutti palermitani, tutti della Generazione Z. «Acqua Bagnami» — scelta persino da una maison di moda per la Fashion Week — ha quella «sicilianità» che non passa dagli stereotipi folk ma da una sensibilità insieme solare e drammatica.
Sono la prova che la nuova onda siciliana non si ferma: una band giovanissima che canta Palermo, il mare e le anime storte con freschezza e profondità. Il futuro della scena è già qui.
All'origine di tutto. Nel 2012, un ragazzo di Solarino di nome Lorenzo Urciuolo — Colapesce, come la leggenda del pesce che regge la Sicilia — pubblica «Satellite» (con Meg) e vince la Targa Tenco come miglior opera prima. È il primo bagliore di tutto questo.
Da quel seme nascerà il duo con Dimartino, l'esplosione della scena, il successo nazionale. Ma qui Colapesce è ancora un satellite che gira solo, raffinato e malinconico. Tutto comincia da questa orbita.
Hai appena ascoltato un mixtape curato dalla redazione di musicachepensa.it. Adesso tocca a te: componi il tuo e ne nascerà un libretto come questo — stampalo, regalalo, fallo girare. La cultura è il primo gesto di un incontro.