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Cinquant'anni dopo l'estate dell'amore, la psichedelia è tornata — ma travestita. Niente più grandi raduni, acidi e folle oceaniche: la nuova psichedelia nasce in camerette e scantinati, fatta da una persona sola che suona tutti gli strumenti, registra tutto in casa e impasta il suono fino a renderlo caldo, lento, un po' sgranato. È intima, notturna, fai-da-te. Eppure ha conquistato il mondo.
C'è un filo che tiene insieme questi nomi, ed è quasi una piccola famiglia. Un asse che va dall'Australia (Perth, Melbourne) alla Nuova Zelanda, con cugini in America e in Francia: musicisti che si scambiano strumenti, studi e produzioni — Kevin Parker dei Tame Impala che produce mezza scena, Ruban Nielson degli Unknown Mortal Orchestra che registra da solo nello scantinato. L'era dello streaming ha fatto il resto: ha permesso a suoni così intimi di arrivare ovunque, senza radio e senza etichette.
Questo mixtape raccoglie la psichedelia sognante del nostro tempo, dal 2014 a oggi: otto canzoni che vanno da Portland a Perth, da Brooklyn al Texas, fino a Houston dove i Khruangbin la trasformano in musica del mondo intero. La prova che la psichedelia non è mai morta — si è solo trasferita in cameretta, e da lì è uscita per riprendersi il pianeta.
Tutto nasce in una cameretta — anzi, in uno scantinato. Ruban Nielson, neozelandese trapiantato a Portland, registra tutto da solo: suona ogni strumento, canta in falsetto e impasta il suono fino a renderlo caldo e sgranato, come un nastro consumato. È il modello dell'auteur psichedelico del nostro tempo: niente grande studio, niente band, solo una persona e le sue macchine.
«Multi-Love» racconta una storia vera e spiazzante — il triangolo amoroso che Nielson stava vivendo davvero — con una dolcezza dolente e un groove storto, fatto di sintetizzatori che ondeggiano. È la prova che la psichedelia, cinquant'anni dopo l'estate dell'amore, è tornata: ma invece dei grandi raduni e degli acidi, ora è una faccenda intima, notturna, fatta in casa.
Se Nielson è rimasto nello scantinato, l'australiano Kevin Parker — che è i Tame Impala, da solo, esattamente come gli UMO — ha preso lo stesso suono e l'ha portato negli stadi e in cima alle classifiche, fino a farsi campionare dai rapper e coprire da Rihanna. È la dimostrazione che la psichedelia da cameretta può diventare pop planetario senza perdere l'anima.
«Lost in Yesterday» è una pista da ballo malinconica: parla di nostalgia, di come col tempo anche i ricordi brutti si tingano d'oro e diventino qualcosa da rimpiangere. Synth disco, basso elastico, e quella voce lontana e riverberata che è ormai la firma di Parker. La psichedelia qui non serve a evadere, ma a guardarsi indietro.
I Pond sono la band gemella dei Tame Impala: nascono nella stessa Perth, condividono i musicisti, e per anni Kevin Parker ha suonato la batteria con loro e ne ha prodotto i dischi. Ma se i Tame Impala sono il sogno levigato, i Pond sono la versione più sfrenata, glam e teatrale: più colori, più eccessi, più voglia di andare fuori giri.
«Paint Me Silver» è un gioiello luccicante e romantico, sospeso tra David Bowie e la disco music, con quel ritornello che sembra galleggiare. È la prova che la scena psichedelica australiana non è un solista isolato, ma una vera comunità: gli stessi amici che si scambiano strumenti, studi e idee, e da una città lontana sul finire del mondo hanno conquistato le orecchie di tutti.
La rete psichedelica non è solo australiana: arriva fino in Francia, con Melody Prochet. Il suo primo disco, qualche anno prima, l'aveva prodotto proprio Kevin Parker dei Tame Impala (che all'epoca era anche il suo compagno): lei è il nodo europeo di questa famiglia musicale, una voce dolce e ariosa che canta in francese e in inglese.
«Cross My Heart» è una piccola suite di quasi sette minuti che cambia pelle in continuazione — psichedelia, folk, sprazzi elettronici. Melody la presentò nel 2017, annunciando il nuovo album; ma poco dopo un grave incidente — una caduta che le causò un aneurisma e la frattura di alcune vertebre — la tenne in ospedale per mesi, costringendola a reimparare i movimenti e a rimandare il disco di oltre un anno. Ascoltata oggi, è un viaggio dentro un viaggio, vertiginoso e luminoso: la prova che questa nuova psichedelia non ha confini di lingua né di nazione, ma è una lingua a sé, fatta di sogni a occhi aperti.
Mac DeMarco è il volto sorridente e sdentato di questa generazione: il canadese che ha fatto della pigrizia uno stile, con le sue chitarre volutamente scordate, le sigarette e quel suono jangly e sbilenco che i fan chiamano affettuosamente «jizz jazz». Sembra il più scanzonato di tutti — ma sotto la facciata da eterno ragazzino c'è una malinconia che ogni tanto affiora.
«Chamber of Reflection» è il momento in cui la maschera cade: una ballata fredda e solitaria, costruita su un sintetizzatore preso in prestito da una vecchia canzone giapponese, che parla di chiudersi in una stanza, da soli, ad ascoltare il proprio vuoto. «Alone again», di nuovo da solo. È il rovescio della medaglia della cameretta: lo stesso luogo dove nasce la musica può diventare anche una piccola prigione.
I Crumb sono la generazione successiva: un quartetto di Brooklyn guidato dalla voce sospesa di Lila Ramani, cresciuto interamente nell'era dello streaming. La loro «Locket» è diventata un piccolo fenomeno passando di orecchio in orecchio su internet, senza radio né etichette — il modo tutto nuovo in cui oggi una canzone può conquistare il mondo dal basso.
Ed è il suono perfetto per questo: nebbioso, ipnotico, sospeso, con un organo che gira pigro e la voce che sembra arrivare da un sogno a metà. Non c'è fretta, non c'è ritornello urlato — solo un'atmosfera in cui galleggiare. È la psichedelia diventata tappezzeria sonora di una generazione, la colonna sonora ideale di una cameretta con le tende tirate in pieno pomeriggio.
Se questa scena ha un'idea di lavoro folle, sono loro a incarnarla. I King Gizzard, da Melbourne, pubblicano dischi a una velocità impossibile — fino a cinque album in un solo anno — e a ogni disco cambiano completamente genere: un giorno thrash metal, l'altro jazz, l'altro ancora una psichedelia «microtonale» suonata su strumenti accordati in modo alieno. Sono il lato instancabile e onnivoro del movimento.
«Shanghai», dall'album «Butterfly 3000», è la loro faccia più dolce e sognante: synth morbidi, melodia da carillon, un loop che gira come una giostra ipnotica. Dopo mille esperimenti, scelgono la bellezza pura. È la dimostrazione che la nuova psichedelia non è un'unica formula, ma un territorio enorme da esplorare senza sosta — e che si può essere prolifici e visionari insieme.
Il groove, e il mondo intero. I Khruangbin sono un trio del Texas — il loro nome è una parola thailandese che significa «aeroplano» — e fanno una cosa rara: divorano la musica di tutto il pianeta. Funk thailandese degli anni Settanta, dub giamaicano, soul, pop iraniano: tutto entra nel loro frullatore e ne esce un suono strumentale, ipnotico e caldo, quasi senza parole.
«Time (You and I)» è la loro canzone più solare: un giro di basso funky e rilassato su cui galleggia una chitarra liquida, e l'unico messaggio è semplice come un mantra — «tutto ciò che vogliamo è tempo, io e te». È la psichedelia diventata musica del mondo senza confini: un groove che potrebbe suonare bene in qualunque angolo della Terra.
Hai appena ascoltato un mixtape curato dalla redazione di musicachepensa.it. Adesso tocca a te: componi il tuo e ne nascerà un libretto come questo — stampalo, regalalo, fallo girare. La cultura è il primo gesto di un incontro.