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Fine anni Ottanta, Seattle. Una città piovosa e isolata nell'angolo nord-ovest degli Stati Uniti, lontana da Los Angeles e da New York. Proprio lì, in cantine e locali fumosi, dei ragazzi mescolano il punk, l'hard rock e il metal in un suono sporco, pesante e disperato: il grunge.
All'inizio è roba da etichetta indipendente — la Sub Pop — e da camicie di flanella comprate ai mercatini. Poi, nel 1991, esce «Nevermind» dei Nirvana e «Smells Like Teen Spirit» travolge tutto: in pochi mesi il grunge diventa il suono di un'intera generazione, quella della «X», disillusa e arrabbiata. Pearl Jam, Soundgarden, Alice in Chains: Seattle è il centro del mondo.
Otto brani per attraversare quella stagione breve e intensa — sapendo già che molti dei suoi protagonisti (Kurt Cobain, Andrew Wood, Layne Staley, Chris Cornell) non ci sono più. Il grunge è anche questo: bellezza e autodistruzione nella stessa canzone.
Prima del successo planetario, il grunge era questo: una scarica sporca, distorta e ironica uscita dalle cantine di Seattle. «Touch Me I'm Sick» dei Mudhoney, pubblicata dalla piccola etichetta Sub Pop nel 1988, è il documento di nascita di un'intera scena.
Niente pose da rockstar, solo fuzz, sudore e attitudine punk. I Mudhoney non diventeranno mai famosi come i loro amici, ma senza di loro nulla di tutto il resto sarebbe successo.
L'esplosione. Nel 1991 i Nirvana di Kurt Cobain pubblicano «Nevermind», e questo riff — quattro accordi e un urlo — travolge tutto: in pochi mesi il grunge diventa il suono di un'intera generazione, quella della «X», disillusa e arrabbiata.
«Here we are now, entertain us»: un inno paradossale, mezzo ironico mezzo disperato, di chi non crede più a niente ma ha ancora bisogno di gridarlo. Cobain non reggerà la fama: la sua storia, come quella di mezza Seattle, finirà in tragedia.
Se i Nirvana erano il caos, i Pearl Jam erano l'epica. «Alive» — dall'album d'esordio «Ten» — parte da una storia familiare durissima e la trasforma in un inno alla sopravvivenza, sorretto dalla voce profonda e accorata di Eddie Vedder.
È il grunge più classico, quasi rock anni '70, capace di riempire gli stadi senza tradire l'urgenza della scena. «I'm still alive»: un grido che, dentro la stagione più autodistruttiva del rock, suona quasi come una promessa.
Il lato più pesante e psichedelico del grunge. «Black Hole Sun» dei Soundgarden è un incubo dolcissimo: una melodia ipnotica e solare che nasconde un testo apocalittico, sorretta dalla voce immensa di Chris Cornell, una delle più grandi del rock.
Da «Superunknown» (1994), è il momento in cui il grunge incontra i Beatles e i Black Sabbath nello stesso brano. Un sole nero che inghiotte tutto — bellissimo e inquietante insieme.
Il grunge più oscuro e sludge di tutti. Gli Alice in Chains costruiscono «Would?» su armonie vocali spettrali — Layne Staley e Jerry Cantrell che si intrecciano come fantasmi — e un riso lento e pesantissimo. Il brano è dedicato proprio ad Andrew Wood, il cantante morto di overdose che aleggia su tutta la scena.
È il suono della dipendenza e della depressione, raccontato senza filtri. Staley se ne andrà a sua volta, anni dopo: «Would?» resta come uno dei documenti più crudi e belli di quel dolore.
Una delle gemme meno celebri ma più amate della scena. Gli Screaming Trees venivano dalla provincia di Washington e mescolavano il grunge con la psichedelia degli anni '60, il tutto sorretto dalla voce profonda e baritonale di Mark Lanegan.
«Nearly Lost You» — finita anche nella colonna sonora del film «Singles», manifesto della Seattle dell'epoca — è grunge melodico e malinconico, la prova che la scena era molto più ricca dei suoi quattro nomi famosi.
La grande voce femminile del grunge. In una scena dominata dagli uomini, Courtney Love si prende la scena con rabbia, ferite e provocazione. «Violet» — da «Live Through This», uscito pochi giorni dopo la morte del marito Kurt Cobain — è furia pura: «go on, take everything».
Hole portano nel grunge una rabbia femminile inedita, scomoda, fatta di vulnerabilità e aggressione insieme. Un brano tagliente come un grido di chi non chiede il permesso.
Il cuore ferito della scena. «Hunger Strike» nasce dal lutto: nel 1990 muore di overdose Andrew Wood, cantante dei Mother Love Bone. Per omaggiarlo, Chris Cornell mette su un supergruppo, i Temple of the Dog, e a duettare con lui arriva un ragazzo sconosciuto: Eddie Vedder.
Le due voci che si rispondono — Cornell potente, Vedder profondo — sono uno dei momenti più commoventi di tutta la musica anni '90. Da quel gruppo nasceranno i Pearl Jam. Il grunge, in fondo, è tutto qui: comunità, talento e dolore, nella stessa canzone.
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